A far drizzare i capelli agli accademici della Crusca è stato il Sillabo per la scuola secondaria di 2° grado”, il documento programmatico volto a promuovere l’educazione all’imprenditorialità nelle scuole statali di 2° grado.

Perché fare ricorso ad un sovrabbondante e non di rado inutile anglicismo? si domandano i professori dell’Accademia. Perché utilizzare termini come TEAM BUILDING al posto di “costruzione del gruppo o della squadra”, o di DESIGN THINKING in sostituzione di “metodologie atte a trovare soluzioni innovative per risolvere problemi”, e giù di lì quando abbiamo i correspettivi termini nella lingua di Dante?

Che siamo un popolo di esterofili è risaputo. Lo siamo al punto che importiamo qualsiasi termine straniero, meglio se inglese perché fa più figo. Così le nostre enoteche diventano WINE BAR, i punti di informazioni INFO POINT, STORE i nostri negozi, LIVING i nostri salotti. Viaggiamo preferibilmente in LOW COST, mangiamo sempre più spesso nei FAST FOOD. Sono FICTION i fumettoni televisivi, facciamo ZAPPING col telecomando da un FORMAT a una CHAMPIONS senza alcun problema. Il mondo dello spettacolo, della moda, degli affari e della tecnologia dettano le regole che noi supinamente accettiamo, copiamo e riutilizziamo a nostra volta. Per essere à la page, IN piuttosto che OUT.

La politica non è da meno, basta pensare a termini quali JOBS ACT, SPEPCHILD ADOPTION, PRIVACY, WELFARE, FAMILY DAY, SPENDING REVIEW o ENDORSEMENT piuttosto che legge sul lavoro, adozione del figlio del figlio del compagno/a, sfera privata, stato sociale, giorno della famiglia, taglio di spesa, sostegno a un candidato/partito. Troppo banale. Molto meglio anglicizzare, anche per non far capire, soprattutto in politica.

E la scuola, come giustamente, ha ammonito la Crusca, promuove, o meglio sguazza, in un uso sovrabbondante e inopportuno di termini inglesi a scapito della nostra bella lingua. Che viene sempre più imbastardita, depauperata, abbandonata. E il latinorum dei nostri tempi, questo miscuglio di italo-inglese col quale stiamo cambiando, e non certo in meglio, il nostro modo di vivere, di essere e di pensare. E se è vero che la lingua, interagendo, si evolve, si modifica, cambia, si arricchisce, in quanto “essenza viva”, è altrettanto vero che un uso smodato di termini esterofili ha i suoi effetti collaterali che inducono all’inevitabile abbandono di quelli nostrani a favore di anglicismi ritenuti più immediati, comodi e di grande presa. E’ questo l’ammonimento dei professori dell’Accademia: salvaguardiamo la nostra lingua e la nostra cultura.

Replica la Fedeli:Nella lingua alcuni prestiti sono utili, non capisco da dove si possa ricavare la presunta volontà ministeriale di promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana”, ribadendo che prendere in prestito termini stranieri sia addirittura funzionale all’introduzione di nuove cose, nuovi concetti e relative parole. Non capendo, o non volendo capire che è proprio l’uso sovrabbondante di quel prestito, al quale fa riferimento, che la Crusca boccia perché foriero di un continuo e deleterio abbandono della madrelingua.

Insomma apprendiamo pure le lingue straniere per essere cittadini del mondo, ma sentiamoci orgogliosi della nostra. Al pari dei nostri cugini d’oltralpe, per esempio, che non hanno mutuato nel loro vocabolario neppure un termine d’uso comune come “computer”, restando fedeli al loro “ordinateur”, vale a dire ordinatore di dati, qual è appunto il pc. O come gli spagnoli che traducono nella loro lingua termini stranieri, vedi “leader” da noi prontamente adottato per loro divenuto semplicente “líder“.

Un tempo avremmo detto: parla come mangi. Ma oggi, “Speak as you eat” ci fa sentire più IN.
Siamo circondati, impossibile, o quasi, opporre resistenza