***a cura di Federica Ramacci, da Atlanteguerre.it, 21 agosto 2014 – 

 D. I negoziati tra palestinesi e israeliani al Cairo sono ancora in corso. Siamo alla fine dell’operazione militare?

E’ quello che sembra ma è troppo presto per dirlo. Il problema è nei negoziati, che sono il riflesso di un gap impossibile da superare. Come è già successo in passato nei negoziati tra israeliani e palestinesi su questioni come Gerusalemme o i rifugiati. E’ complicato perché tutte e due le parti parlano solo con il mediatore, cioè l’Egitto che però è coinvolto in prima persona, ha i suoi interessi. Non è come se le due parti stessero parlando con un mediatore terzo, come che so l’Italia. E’ ancora troppo presto per dire come andrà a finire.

Quali erano gli obiettivi di questa operazione militare per il governo israeliano? Sono stati raggiunti?

Gli obiettivi dichiarati erano molto limitati. Quello principale era “dare una lezione ad Hamas”. Poi la questione dei tunnel è venuta fuori e Netanyahu ne ha fatto il suo obiettivo principale. Andando contro ciò che chiedevano invece i politici dell’ala destra della coalizione, cioè l’occupazione di Gaza, rovesciare il governo di Hamas ed eliminare le sue armi. Questo non è successo ma queste questioni sono ancora nell’aria in Israele. In realtà non c’è un vero vincitore di questa operazione militare, perché se Hamas riuscirà ad ottenere un alleggerimento rilevante del blocco su Gaza, in modo particolare per quello che riguarda il porto e se riuscirà ad ottenere fondi per pagare i salari e migliori condizioni economiche allora avrà ottenuto una vittoria. E se Israele sarà in grado di ottenere un confine sicuro nel lungo periodo sarà una conquista anche per lui. E d’altra parte anche se Hamas otterrà dei risultati in questi negoziati dovrà comunque gestire enormi danni e perdite di vite umane. Israele da parte sua dovrà pagare il conto per questa operazione militare, magari alzando le tasse. Questo conflitto non è come la seconda guerra mondiale, non c’è un vincitore o un vinto. Ci sono conquiste e perdite da entrambe le parti.

Perché è stata lanciata questa operazione militare?

Io credo che Netanyahu sia stato trascinato in questa guerra. Io non credo che avesse pianificato questo attacco o avesse un reale interesse in una guerra a Gaza. Io credo che Netanyahu sia stato messo sotto pressione dalla destra della coalizione che voleva ad esempio l’arresto dei prigionieri che erano stati liberati con l’accordo su Shalit (il soldato israeliano catturato nel 2006 e liberato nel 2011 ndr). E’ un problema per Netanyahu che ha costruito la sua carriera opponendosi a qualunque negoziazione o dialogo con i terroristi e che poi ha liberato più prigionieri palestinesi di qualunque altro primo ministro, circa 1.027. Non era mai successo prima. Io credo che sia stato messo all’angolo dalla destra, stava perdendo il supporto del partito. E’ stato costretto ad usare la forza a Gaza. E’ stata una questione di politica interna israeliana.

L’opinione pubblica israeliana cosa pensa di questa operazione militare?

L’opinione pubblica israeliana ha supportato completamente il governo in questa operazione. Quello che è stato differente questa volta è che di solito tu hai all’inizio l’appoggio dell’opinione pubblica ma poi i soldati cominciano a morire, le cose non vanno secondo i piani e l’appoggio dell’opinione pubblica comincia a mancare. E’ successo nella guerra in Libano, quando Olmert aveva il supporto popolare ma lo ha perso durante il conflitto e anche se è rimasto al potere non aveva più l’appoggio necessario per fare quello che era nei suoi piani. Nel caso dell’operazione militare a Gaza invece l’appoggio popolare è cresciuto durante la guerra, soprattutto a causa della questione dei tunnel. Le informazioni sui tunnel c’erano già ma non erano state diffuse. Quando la gente ha realizzato che Hamas poteva entrare in Israele e che non c’era una reale protezione contro questo tipo di attacco, ha cominciato a chiedere che il governo facesse tutto quello che era necessario fare. E questa sensazione è ancora presente negli israeliani. Il problema politico di Netanyahu rimane dunque lo stesso, perché l’obiettivo di rioccupare Gaza è ancora predominante nelle idee della destra della coalizione.

L’occupazione di Gaza è ancora una opzione per il governo israeliano?

Certamente. E’ nelle capacità dell’esercito israeliano occupare Gaza? Sì. E’ una operazione che avrebbe costi altissimi in termini di vite umane? Sì. E’ utile? Dipende. Se tu non vuoi occupare Gaza hai bisogno di una forza forte che se ne prenda carico. Ovviamente vuoi che sia una forza “amica” ma in alternativa è meglio una forza meno “amichevole” ma che possa essere responsabile e riuscire a mantenere il confine calmo. Hamas voleva avere questo ruolo ma ha fallito. In Libano è stato differente perché Hezbollah ha un modo più efficace di controllare tutti i gruppi rispetto ad Hamas a Gaza. Anche se questo sembra essere cambiato. Questa guerra potrebbe consolidare il potere di Hamas a Gaza e certamente ha mostrato una organizzazione militare molto disciplinata. Quando la leadership di Hamas ha acconsentito al cessate il fuoco, questo è stato rispettato e durante la guerra l’Israeli defence force non è stato capace di trovare e neutralizzare i centri operativi di Hamas o di distruggere il sistema di controllo dei commandos. Uno dei più grandi fallimenti dell’esercito israeliano è stato quello di non essere riuscito a distruggere il cuore di Hamas. Ed è l’accusa che gli viene mossa dall’opinione pubblica.

Cosa pensano oggi gli israeliani della situazione?

In Israele, sempre ma soprattutto durante le operazioni militari, tu hai due differenti opinioni pubbliche da gestire. Quella degli ebrei che in Israele sono la maggioranza, e quelli degli arabi che sono la minoranza ma che hanno sempre dei legami molto forti con famiglie di Gaza. Chiaramente una delle maggiori conseguenze di questa guerra è stata la polarizzazione delle relazioni tra ebrei e arabi in Israele. E’ una conseguenza di lungo periodo con cui bisogna fare i conti. Se parliamo dell’opinione pubblica ebraica essa è molto unita intorno al sostegno dell’esercito che è l’organo più importante della società israeliana, così come lo aveva pensato Ben Gurion. La maggior parte della gente lo ama e pensa che sia parte della propria vita, di fatto senza chiedersi perché, senza farsi alcuna domanda.

Ha’aretz ha avuto posizioni molto critiche sull’operazione militare a Gaza. Avete perso lettori per questo?

Esiste una posizione pubblica molto forte contro ogni tipo di critica a questo intervento militare e noi di Ha’aretz abbiamo dovuto affrontarla soprattutto per alcuni articoli dei nostri opinionisti come Gideon Levy che hanno sollevato interrogativi molto forti sulla moralità di questa guerra, sulla sua utilità. La risposta è stata una grande rabbia nei confronti del giornale da parte della leadership israeliana e dell’opinione pubblica. In realtà la linea editoriale del giornale non era contraria o favorevole all’operazione militare contro i tunnel. Abbiamo certamente criticato l’uso eccessivo della forza e lanciato appelli per tutelare la vita dei civili a Gaza ma sono state soprattutto le opinioni di alcuni dei nostri autori ad essere amplificate su facebook. Questa è stata davvero “una guerra su facebook” e i social network hanno polarizzato l’opinione pubblica. Abbiamo perso molti abbonamenti a causa di queste critiche, ma ne abbiamo conquistati altri e soprattutto abbiamo sollevato una discussione molto importante intorno ad Ha’aretz e alla libertà di espressione in Israele in tempo di guerra.

Ha’retz e’ stato l’unico giornale israeliano ad essere criticato?

Noi siamo stati l’unico giornale a pubblicare alcune notizie sull’operazione militare. Ad esempio nessun altro giornale ha pubblicato il numero dei morti palestinesi a Gaza in prima pagina. Noi lo abbiamo fatto ogni giorno e siamo stati molto criticati dai lettori che ci scrivevano cose come “io non voglio sapere che succede a Gaza, Hamas si nasconde dietro i civili, è un loro problema non è un nostro problema”. Di solito rispondiamo alle critiche cercando di far capire che noi non addossiamo colpe a nessuno solo cerchiamo di informare da tutti i punti di vista. Sono convinto che il ruolo di un giornale sia quello di criticare, e credo non ci sia un momento più importante di criticare come quando si è in guerra, perché ci sono in ballo le vite dei civili. Il ruolo dei media è quello di fare domande e questo, come accade sempre in America, succede troppo spesso solo quando la guerra è già finita. Ha’aretz ad esempio ha avviato in questi giorni una inchiesta sulla airforce israeliana, vogliamo sapere perché i piloti hanno acconsentito ad attaccare target civili senza fare alcuna domanda, perché nessuno si è rifiutato, chi ha dato gli ordini, chi era a capo delle operazioni. Questo tipo di dibattito è cruciale è un test per la democrazia in tempo di guerra e tutti gli altri giornali israeliani non hanno sollevato questioni simili. Abbiamo speso molto tempo e sforzi a coprire la guerra non solo dal punto di vista delle opinioni ma dell’analisi militare. Ad esempio sulla terribile battaglia di Rafah, abbiamo investigato sull’uso di armi pesanti contro i civili, chi l’ha autorizzato, perché è successo e chi è coinvolto. E’ una inchiesta che stiamo ancora portando avanti. Non e’ sempre facile, io passo ore ogni giorno a rispondere a lettori arrabbiati. Ma la capacita’ di far arrabbiare un lettore o un politico e’ la differenza che passa tra una democrazia e una dittatura.

Ha mai deciso di non pubblicare una notizia per tutelare la sicurezza nazionale di Israele?

In Israele abbiamo la censura. Coinvolge tutto quello che abbia a che fare con questioni legate alla sicurezza, al nucleare, all’intelligence e a questioni di politica estera legate a paesi con cui Israele non intrattiene relazioni diplomatiche. Ogni volta che intendiamo pubblicare qualcosa su questioni di questo tipo è necessario che venga approvato dall’ufficio militare per la censura. Solitamente è un procedimento veloce ed efficiente, ma rappresenta una rottura molto forte per la libertà di stampa. L’unico dato positivo è che solleva l’editore dal dilemma “metterò a rischio la sicurezza nazionale pubblicando questo o quello?”. Perché se segui le regole non hai nessuna responsabilità, qualcun altro è responsabile per aver deciso. Per esempio quando i miei colleghi del New York Times, del Guardian o Deir Spiegel hanno pubblicato i documenti di Snowden giudicando da soli cosa poteva nuocere alla sicurezza nazionale e cosa no, sono sicuro che hanno utilizzato grande cura nello scegliere cosa pubblicare per non danneggiare la sicurezza nazionale. Mi piacerebbe vivere in una situazione dove non esiste questo tipo di censura, ma fin tanto che esiste…

In questi giorni gli israeliani stanno scendendo in piazza per protestare contro la guerra a Gaza. Cosa pensa di queste manifestazioni?

Ma in realtà le proteste non sono molte. L’esempio più importante resta quello del 1982 dopo il massacro di Sabra e Chatila, le strade a Tel Aviv erano ovunque piene di persone che chiedevano una commissione di inchiesta sui fatti, le dimissioni immediate del governo e del ministro della difesa. Ma sai questo accade molto raramente. Ci sono state proteste più massicce da parte dell’estrema destra per il ritiro da Gaza nel 2005. Il problema di queste proteste secondo me, di quelle ad esempio del 2011 (il movimento degli indignados israeliani ndr) è che volevano essere apolitiche, non parlavano dell’occupazione o delle colonie o della politica estera. Lo slogan era del tipo “bisogna tassare i ricchi”, ma se tu non cambi realmente le priorità del governo non serve. Se le proprietà del governo è la questione militare e la costruzione delle colonie nella West Bank non stai spingendo il governo a cambiare realmente la sua politica e quindi non risolve di certo il problema. E credo che non molte persone scenderebbero in piazza per chiedere la fine dell’occupazione e della costruzione delle colonie. Quelli che lo fanno sono molto determinati ma sono pochi. Credono che l’occupazione, le colonie, la negazione dei diritti umani e civili dei palestinesi nella West Bank e a Gaza sia sbagliato. C’è una parte dell’opinione pubblica israeliana più centrista che vorrebbe anche lei cambiare le cose ma che non è disposta a fare barricate per questo.

Sono state molte le critiche da parte della comunità internazionale sull’operazione militare, soprattutto riguardo le vittime civili. Pensa che possa incidere sulle scelte del governo israeliano?

La protesta della comunita’ internazionale in questo momento non e’ abbastanza forte da cambiare la politica di israele. Questo tipo di critiche vengono pubblicizzate e diffuse ma non hanno la forza di cambiare realmente la politica israeliana. E lascia che aggiunga un’altra cosa. Si parla di un ritorno dell’antisemitismo in Europa, ma anche questo non cambia la politica israeliana. C’è una differente percezione tra gli israeliani della diaspora e persone come me che sono nate qui. L’antisemitismo è qualcosa che non abbiamo mai sperimentato direttamente. La reazione della media degli israeliani è “ok perché restate lì, venite qui in Israele e vivete liberamente”. Quindi gli israeliani, in particolare gli israeliani nati qui, non vedono l’antisemitismo come qualcosa legato ai comportamenti o alle scelte del governo israeliano, ma qualcosa di radicato in Europa che va avanti da millenni e che ha solo bisogno di una scusa.

Qual è la posizione di Israele rispetto a quanto sta accadendo in Iraq?

Penso sia troppo presto per dire se l’Isis può davvero cambiare le dinamiche nella regione e questo mi riporta alla tua prima domanda. Ci stavo pensando in questi giorni, Israele potrebbe anche giustificare un accordo con Hamas sull’apertura dei valichi per calmare il fronte occidentale visto che c’è un problema molto più grande con quanto sta accadendo nel fronte orientale. E’ una situazione complicata, a volte in politica i tuoi nemici possono diventare alleati.