La paura…
« Je ne suis pas bon naturaliste (qu’ils disent) et ne scay guere par
quels ressors la peur agit en nous; mais tant y a que c’est une estrange
passion; et disent les medecins qu’il n’en est aucune qui emporte plustost
nostre jugement hors de sa deuè assiette. De vray, j’ay veu beaucoup de
gens devenus insensez de peur; et aux plus rassis, il est certain, pendant
que son accès dure, qu’elle engendre de terribles esblouissemens »
(I,XVIII).
(“Io non sono buon naturalista – come dicono alcuni – e non so davvero per
quali impulsi la paura agisce in noi; ma certo che essa è una strana
passione: anzi dicono i medici che non ce n’è alcuna che faccia uscire più
rapidamente la nostra ragione fuori del proprio stato. Infatti ho visto
molte persone divenute folli di paura; ed è certo che in quelli più di
sangue freddo essa, finché dura il suo accesso, genera terribili
offuscamenti” I,XVIII, pag.93).
Paura della morte, paura della malattia, paura dell’ignoto, paura delle
novità, paura del vuoto, paura di tutto ciò che ci è estraneo, di tutto
ciò che è diverso, paura del giudizio, dell’emarginazione sociale. C’è
qualcuna di queste paure che non sia accompagnata da una prospettiva di
sofferenza? Se mi dicessero che fra dieci minuti o fra dieci giorni morirò
senza soffrire, avrei ugualmente paura. Dunque ho paura della morte più
che del dolore. Ma se mi dicessero che potrei sopravvivere solo in un
letto di atroci sofferenze, il timore di queste non avrebbe forse la
meglio sulla paura di morire? Dunque ho paura del dolore, più che della
morte.
Come, quando e perché si può desiderare la morte? Durante una crisi
depressiva un’anziana conoscente non faceva che ripetere che voleva
morire, ma trovandosi un giorno a dover passare sotto un muro pericolante
non trovava il “coraggio” di farlo, segno che si può immaginare di
desiderare la morte e non desiderarla affatto.
Non sempre però l’istinto di sopravvivere ha la meglio sull’immaginazione,
e mi par di vederne la prova nel suicidio in tutte le sue forme. Anche chi
affronta la morte per amore di una persona o di un ideale, lo fa – io
credo – per non venir meno di fronte a se stesso, di fronte all’immagine
di sé che gli altri – il suo ambiente, la sua cultura – gli hanno dato. A
governarci è un fragile equilibrio mentale, tanto più fragile oggi che si
regge su modelli ideali sempre meno sicuri.
Scrive il biologo Henri Laborit che “tutte le azioni che un organismo
compie per mezzo del sistema nervoso hanno un solo scopo, mantenere la
struttura dell’organismo, l’equilibrio biologico, cioè realizzare il suo
piacere. La ragione d’essere di ogni essere è essere. Quello che chiamiamo
pensiero, nell’uomo, serve solo a render l’azione più efficace…Quando
tale azione si rivela impossibile, entra in gioco il sistema inibitore
dell’azione e, di conseguenza, vengono liberati noradrenalina, ACTH e
glicocorticoidi che hanno incidenze vasomotrici, cardiovascolari e
metaboliche, periferiche e centrali. Allora nasce l’angoscia….E’ il
neurormone della paura, che spinge all’azione, alla fuga o
all’aggressività difensiva, mentre la noradrenalina è l’ormone dell’attesa
carica di tensione, dell’angoscia, risultante dall’impossibilità di
controllare attivamente l’ambiente”. Quando – prosegue Laborit – si
abbandona anche l’ultima speranza di controllare l’ambiente, all’angoscia
subentra la depressione.
Dieci anni fa, la lettura di libri come questo (“La colomba assassinata”)
mi aiutò a uscire dalla mia depressione. Ricordo che nella fase più acuta
qualunque azione, anche la più elementare, mi riusciva difficile e
dolorosa. Qualunque iniziativa mi spaventava e metteva in agitazione. Per
mesi, ho desiderato soltanto il letto e la poltrona. Il sonno, sia pure il
sonno artificiale indotto dai sedativi, era il solo modo di fuggire dal
dolore di vivere; regredire allo stato di larva l’unica forma di piacere.
Posso dire di aver conosciuto in quei mesi il piacere di Oblomov, il
piacere della pigrizia (e della morte).
E il piacere del riposo? Se è vero che ogni organismo, ogni sistema
nervoso è fatto per agire, il riposo non è forse un momento necessario
alla vita? Quando allora l’inerzia è “vitale”, e cioè contribuisce
all’efficienza dell’organismo, e quando invece è “mortale”, e cioè
contribuisce al suo decadimento? E perchè può essere piacevole non solo
nel primo caso, ma anche nel secondo?
Forse a complicare le cose è soltanto il dualismo occidentale che
contrappone la morte alla vita. Se guardo all’insieme dell’universo, vedo
bene che la morte è necessaria alla vita così come il riposo è necessario
all’azione. Un dato empirico, piuttosto che metafisico. Basta la legge di
Lavoisier ad assicurarci che la morte vera non esiste, esiste solo
l’eterna trasformazione dell’universo vivente, un caleidoscopio che
rinnova a ogni istante la sua geometria. All’interno del grande sistema la
nostra mente continua però a “isolare” quei sottosistemi, più o meno
complessi, che chiamiamo organismi.
Perché diamo un valore alla vita umana se non perché abbiamo paura di
morire? E il valore che diamo alla vita in generale non dipende forse dal
valore che diamo alla “nostra” vita, non per ragionamento ma per istinto?
La vita di un uomo o di un animale rappresenta per noi un valore finché li
amiamo, proiettiamo la nostra vita sulla loro e ci identifichiamo almeno
in parte con essi. E’ il nostro istinto di conservazione a far nascere in
noi l’affetto per il nostro cane. Se non facciamo arrosto il gatto non è
certo perché consideriamo la sua carne di qualità inferiore a quella del
coniglio. Naturalmente a diverse culture corrispondono forme di
identificazione diverse e diversi tabù. Ma perfino con gli animali da
cortile, abbiamo qualche difficoltà ad uccidere e mangiare quelli a cui
abbiamo dato un nome e ci siamo un poco affezionati. Amelia non ha voluto
vedere vivi i piccioni che poi, una volta uccisi dalla contadina che li
vendeva, avrebbe tranquillamente cucinato per colazione.
Mi pare allora che questa capacità di identificazione con gli altri esseri
che noi chiamiamo affetto o amore o amicizia sia solo il modo in cui il
nostro particolare istinto di conservazione sfocia nel più generale
istinto di conservazione del sistema di cui siamo parte, il luogo in cui
la nostra paura di morire rifluisce nella grande paura di morire
dell’universo vivente.
Dio richiede ad Abramo il sacrificio di Isacco, poi di un montone. Un atto
di obbedienza. Per la conservazione di un organismo sociale – altra cosa è
la sua crescita evolutiva, anch’essa indispensabile alla sopravvivenza -
l’ideale è la perfetta obbedienza. L’ideale, cioè, è che gli individui si
uniformino completamente, sia nella sfera esteriore che in quella
interiore del comportamento, alle convinzioni e alle regole su cui
l’assetto sociale in questione si è costituito e ordinato. In questa
società ideale – una società di automi o di fanatici – la paura non
esiste, se non per eventuali minacce provenienti dall’esterno.
Nella società reale, invece, la paura svolge un’ azione stabilizzatrice
nel momento in cui le pulsioni individuali si scontrano con la norma
sociale e minacciano di abolirla. E’ lo scontro quotidiano col super Io,
la paura di essere giudicati, di essere colti in flagrante contraddizione
con le norme morali che la società ci impone e che noi, pena
l’emarginazione, non possiamo fare a meno di accettare.
Meglio il devoto e l’entusiasta che l’ipocrita, ma meglio l’ipocrita del
ribelle: così pensa il potere. Credo che la paura abbia una funzione
sociale perché, costringendo all’ipocrisia, evita o almeno ritarda la
sovversione. Con i più integrati sarà sufficiente la minaccia di perdere
la stima del prossimo o la considerazione dei superiori. Con chi lo è di
meno, servirà il deterrente di un danno economico. Con quanti sono già
socialmente emarginati, non resta che la minaccia di togliere la libertà
di movimento o addirittura la vita.
Se è vero quanto sostengono i biologi, e cioè che ogni organismo vivente
non può che ricercare il proprio piacere, mi chiedo in che cosa consista
il coraggio individuale. Se è vero che è impossibile scegliere
consapevolmente a proprio svantaggio, per resistere occorre aver
assimilato nel profondo del proprio essere un sistema alternativo di premi
e di pene, per esempio attraverso una fede. Anche in questo caso è la
società che provvede, magari promettendo il paradiso dei santi, o quello
degli eroi. E’ fatica essere onesti, ma a volte anche essere disonesti.
Chi si sacrifica per un ideale, se non lo facesse soffrirebbe di sensi di
colpa. Nessuno obbedisce soltanto a se stesso. Perfino il Figlio di Dio
non può fare a meno di obbedire alla “volontà del Padre”. Per questo
accetta la croce.
Comanda chi ha in mano il bastone e la carota, il potere o il
contropotere, il dominio dei corpi o quello delle menti. Resistere può
essere impossibile, come per molti sotto la dittatura o la mafia. Ci si
ribella quando anche subire diventa impossibile, quando “non se ne può
più”.
Può essere quasi impossibile anche mimetizzarsi, crearsi una nicchia in
cui continuare ad essere se stessi (o, meglio, fedeli al “padrone
interiore”, che crediamo di avere scelto liberamente da soli). Bettelheim
fa l’esempio del saluto nazista. Farlo significava tradire le proprie
idee, non farlo significava compromettersi. E poiché l’equilibrio psichico
di una persona – la sua “integrazione” – consiste proprio nell’armonia tra
le convinzioni e le azioni, la cosa più facile per mantenere quell’armonia
- scrive – “era di mutare le convinzioni”.
L’uomo, come gli altri animali, ha bisogno di sicurezza. Ha paura
dell’isolamento perché staccarsi dal gruppo vuol dire esporsi al pericolo.
Crescere vuol dire imparare ad essere indipendenti: così ci hanno
insegnato e la storia è lì a dimostrarlo. Nella preistoria, collaborazione
e solidarietà prevalsero sulla conflittualità e sull’antagonismo.
L’espansione della sfera di autonomia individuale che è in atto da tempo
in occidente e sta ormai inarrestabilmente conquistando l’oriente, non
rappresenta forse un progresso?
Collaborazione e solidarietà sono i valori base della mia educazione
cristiana e marxista. Ho sempre considerato l’affermazione di questi
valori un passo avanti rispetto ad una concezione dei rapporti umani
basata sull’egoismo individuale e di gruppo. Ma non posso negare che
continui ad esservi anche nella mia mente un certo grado di confusione tra
egoismo e sviluppo individuale, tra solidarietà e dipendenza dal gruppo.
Mi consolo pensando che io sono necessariamente come la società, ovverosia
“gli altri”, hanno voluto che fossi. L’anticonformismo di alcuni “serve”
alla società come il conformismo di altri. Ma la responsabilità di
ciascuno è quella di svolgere fino in fondo il “ruolo” che la vita gli ha
dato. In questo consiste la mia libertà di uomo. E poiché so che
l’insicurezza fa parte del gioco, non tendo a sentirmi sicuro, ma a
convivere senza paura con l’insicurezza.
Per eliminare l’insicurezza non c’è altra via che sottrarsi a quella
responsabilità, sottomettersi a qualche potere che scelga o decida per
noi. E’ la nostalgia del paradiso terrestre. Con il primo atto di
disobbedienza – scrive Fromm – comincia la storia dell’uomo e il primo
atto di disobbedienza è il primo atto di libertà. L’avventura di Adamo è
la stessa di Prometeo: l’una e l’altra si scontrano con la collera degli
dei.
Non c’è potere reale senza insicurezza. La maggior parte dei cosiddetti
“uomini di potere” con cui ho avuto a che fare hanno passato la vita a
obbedire o a barcamenarsi tra i poteri altrui. Disposti a subire ogni
giorno mortificazioni alla loro intelligenza e al loro personale giudizio
che io non riuscirei mai a sopportare da loro. Quando qualcuno ha deciso
di esercitare il potere in proprio lo ha fatto mettendo a rischio la
propria poltrona, vincendo la paura di perdere il posto, di rinunciare ai
piccoli privilegi della carriera e del successo in società.
Quanto a me, vi ho rinunciato in partenza: finché ho tanto da vivere con
dignità, il solo potere che mi interessa è quello di obbedire a me stesso.