L'acqua e il ghiaccio

« Si c’estoit a moy à me dresser à ma mode, il n’est aucune si bonne facon
où je vouleusse estre fich’ pour ne m’en scavoir desprendre. La vie est un
mouvement inegal , irregulier et multiforme. Ce n’est pas estre amy de soy
et moin encore maistre, c’est en estre esclave, de se suivre incessamment
et estre si pris à ses inclinations qu’on n’en puisse fourvoyer, qu’on ne
les puisse tordre » ( III,III).

(“Se dipendesse da me foggiarmi a modo mio, non vi è alcuna forma per
quanto buona nella quale volessi essere conficcato così da non sapermene
distaccare. La vita è un movimento ineguale, irregolare e multiforme. Non
è essere amico di se, e meno ancora padrone, è esserne schiavo, il seguire
se stesso continuamente ed essere così preso dalle proprie inclinazioni da
non potersene mai distogliere, da non poterle modificare”. III,III”).


Da tempo ho preso consapevolezza di quello che considero il mio difetto
maggiore: la rigidità. E, insieme, di quella che è forse la mia qualità
migliore: il rigore. Per l’una e per l’altro non credo di avere alcuna
colpa né merito. Virtù e difetti , in questo come in tanti altri casi,
sono facce di una stessa medaglia.
Leggo nel dizionario che all’origine dei due termini, rigidità e rigore, è
una parola greca (rìgos) che vuol dire “freddo,gelo”. Il verbo latino
“rigeo” ha un significato letterale (“essere freddo, essere intirizzito
per il freddo”) ed uno traslato (“essere duro,rigido,inflessibile”). Dal
Devoto-Oli, ricavo una definizione del rigore in senso figurato: rigida
coerenza con le premesse o con un metodo, che è appunto quanto sembra
condannare Montaigne. Potrei dire, a mia difesa, che affidabilità,
professionalità, puntualità sono valori difficilmente concepibili senza
questa coerenza. Finché il rigore non sconfina nel fanatismo, è probabile
che la società ne ricavi più vantaggio che danno. E l’individuo?
Lasciandomi un po’ suggestionare dall’etimologia, mi viene da contrapporre
la rigidità del ghiaccio (“rigida aqua”, dicevano i latini) alla fluidità
dell’acqua medesima. Se getti un sasso nel lago, né il sasso né l’acqua
subiscono conseguenze. L’acqua si apre per accoglierlo nel suo seno e la
sua elasticità le consente di ritornare come era prima dell’impatto. Il
ghiaccio invece, colpito dalla pietra, può essere scalfito, spezzato,
distrutto. La stessa sorte capita, il più delle volte, all’individuo
rigoroso. Si può fare qualcosa per evitarla?
Si irrigidisce il corpo animale impaurito, minacciato. C’è dunque un
rapporto che possiamo definire fisico tra rigidità e insicurezza.
L’irrigidimento è reazione istintiva del cervello animale, reazione tesa
prima a confondere l’aggressore, come avviene col mimetismo, poi a
concentrare il sistema nervoso e neuromuscolare preparandolo allo scatto
difensivo. L’irrigidimento morale dell’uomo ha qualcosa a che vedere con
questo?
Quel che è certo è che anche la rigidità morale ha origine
dall’insicurezza
, dal timore di dare una risposta sbagliata e dolorosa o
comunque spiacevole alle sollecitazioni che provengono dall’esterno. Chi
non è sicuro di se, quando non reagisce con una scomposta aggressività
cerca di salvarsi con l’adempimento rigoroso della prescrizione morale.
La rigidità denuncia insomma un deficit della capacità di adattarsi ai
mutamenti dell’ambiente. Il biologo Henri Laborit parla al riguardo di un
sistema inibitore dell’azione “che dà origine alla reazione endocrina di
‘stress’ e alla reazione simpatica vasocostrittoria di attesa dell’azione.
La reazione adrenalinica che invece è vasodilatatoria della circolazione
muscolare, polmonare, cardiaca e cerebrale, è la reazione di fuga o di
lotta; è la reazione di ‘allarme’ che permette di realizzare l’azione”
(“Elogio della fuga”).
Mi accade talora di immaginare una risposta adeguata alle circostanze,
desiderare di darla e contemporaneamente bloccarmi adducendo a me stesso e
agli altri giustificazioni logiche di vario tipo. L’argomento è fornito a
volte dalla prescrizione morale ma non sempre, così come la risposta
immaginata non è necessariamente una risposta trasgressiva. A bloccare
l’azione è sufficiente il sospetto – e quindi la paura – che il risultato
sia più penoso o comunque meno gratificante della situazione presente.
Più che dalle argomentazioni morali o razionali dietro le quali si
nasconde, la paura è “rinforzata” dalle frustrazioni del passato.
L’accumulo di esperienze gratificanti favorisce l’iniziativa, l’accumulo
di frustrazioni inevitabilmente la spegne.
Dicono, e non ho motivo di dubitarne, che la paura sia sempre una
soltanto: la paura della morte, che si rivela dunque paradossalmente la
più grande nemica della vita. Essere “fluido” è dunque liberarsi da questa
paura, accettare di essere altro da se, accettare di perdersi per
ritrovarsi, accettare la morte per non morire. Come è scritto nel Vangelo:
“chi vuol salvare la propria vita la perderà”. E come accade alla terra,
che per produrre vita ha bisogno dell’acqua, il fluido che assicura lo
scambio e il ricambio. L’acqua penetra la terra e genera la vita. Penetra
nei corpi viventi e la conserva. Nessun corpo sopravvive all’assenza
totale di fluidità.
Parole, mi dico poi, perché resta la contraddizione di fondo: posso io
amare la mia vita e accettare la morte? Rifiutare la morte è istintivo per
l’uomo come per ogni animale.
La morte è sempre in agguato, ad ogni passo dell’esistenza. Senza
l’istinto di conservazione nessuno potrebbe sopravvivere a lungo a questa
minaccia. Al tempo stesso, però, nessuno può vivere senza esporsi
continuamente ad essa. Guidando a cento all’ora sull’autostrada o
lavorando in precario equilibrio in cima a una scala so bene che un
piccolo movimento sbagliato, una minima distrazione basterebbe ad
uccidermi. Se quel piccolo movimento, quella piccola distrazione non
trovassero un ostacolo quasi insuperabile nel mio istinto di
conservazione, per me sarebbe finita.
Ecco: l’istinto di conservazione non protegge la vita se non misurandosi
continuamente col suo avversario, la morte
. Chi rifiuta di misurarsi con
la morte rifiuta di vivere. Temerario non è chiunque si misura con la
morte, ma chi perde la misura di se stesso, delle proprie forze, delle
proprie possibilità. E in questa temerarietà, in questa insofferenza del
proprio limite che conduce al rifiuto di misurare, di calcolare il
rischio, è il fascino eterno della tentazione dell’Eden:
“Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal
Signore Dio. Egli disse alla donna: ‘è vero che Dio ha detto: non dovete
mangiare di nessun albero del giardino?’ Rispose la donna al serpente:
‘Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto
dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non ne dovete
mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete ‘. Ma il serpente
disse alla donna: ‘Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne
mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio,
conoscendo il bene e il male ‘ . Allora la donna vide che l’albero era
buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare
saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito,
che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di
tutti e due e si accorsero di essere nudi, intrecciarono foglie di fico e
se ne fecero cintura”. Così il capitolo terzo del Genesi, ai versetti 1-5.

E poi, ai versetti 21-22: “…Il Signore Dio disse allora: ‘ Ecco, l’uomo
è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora,
egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne
mangi e viva sempre!”
Da chi viene allora l’inganno: dal serpente o da Dio? Pare che almeno su
un punto Dio e il serpente siano d’accordo: sapienza e conoscenza sono
virtù divine, rendono l’uomo simile a Dio. Riconoscendo che mangiando
dell’albero della conoscenza “l’uomo è diventato come uno di noi”, Dio non
smentisce il serpente. Al contrario.
Seconda considerazione sul testo: grazie alla conoscenza, anche
l’immortalità è a portata di mano dell’uomo. Pare esservi anzi una
contraddizione tra la minaccia collegata al peccato (ne morirete!) e il
timore di Dio che l’uomo “prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e
viva sempre”!
E’ dunque la gelosia di Dio che condanna l’uomo alla morte, non già la
conoscenza che è frutto della disubbidienza umana.
Nel tentativo di
elevarsi per diventare simile a Dio, l’uomo prende la via della conoscenza
che lo costringe tuttavia a misurarsi con la minaccia che viene dalla
gelosia di Dio e cioè con la morte.
(Nel linguaggio biblico, spiegano i competenti, la conoscenza non è un
semplice processo intellettivo, volto a formulare un giudizio. E’
piuttosto un’attività complessa, prodotta dall’uomo intero e mette in
opera non solo l’intelligenza, ma anche il cuore, la volontà e anche il
corpo. Nell’antico testamento l’israelita conosce con il cuore e non c’è
una vera distinzione tra pensiero e desiderio. La conoscenza raggiunge il
proprio oggetto quando il desiderio arriva a possederlo. Per questo
l’incontro sessuale è una forma di conoscenza. Conoscere equivale dunque a
sperimentare).
Terza considerazione: finché rinuncia a misurarsi con la morte, l’uomo
rinuncia anche alla conoscenza che gli consentirebbe di stendere la mano
all’albero della vita. (Dunque, prima di mangiare dell’albero della vita
l’uomo non è immortale e la morte non è conseguenza del peccato).
Conoscenza e immortalità sono ambedue frutti proibiti per l’uomo. Mangiare
del primo porta alla consapevolezza della morte e al desiderio di
immortalità.
Soltanto la conoscenza rende l’uomo consapevole della propria nudità
(fragilità), ma questo è anche il passo necessario perché egli possa
tentare di colmarla. L’uomo era nudo, e cioè debole e impotente, ma non ne
era consapevole in quanto non immaginava un’alternativa al suo stato.
Dalla conoscenza nasce la consapevolezza della distanza tra la propria
debolezza e la forza di Dio, tra la propria mortalità e l’immortalità
divina. E da questa consapevolezza il desiderio di quella immortalità che
lo renderebbe simile a Dio. “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?” chiede
infatti Dio ad Adamo e, nel timore che dopo aver mangiato dell’albero
della conoscenza voglia anche mangiare dell’albero della vita, lo caccia
dal paradiso terrestre.
Il paradiso terrestre è il bene che Dio assicura all’uomo che accetta la
propria subalternità, il suo posto di creatura obbediente verso Colui che
solo ha il potere di decidere che cosa è bene per lui. La perdita di
questo bene è il prezzo che l’uomo paga quando, grazie alla conoscenza,
prende a esaminare da solo che cosa è bene o male per lui. Ogni volta che
l’uomo compie un gesto di indipendenza compie un gesto di empietà verso il
potere supremo.
L’immaginazione al potere: in questo consiste, in definitiva, il peccato
di Adamo. Quell’immaginazione che, secondo il biologo Henri Laborit, è
l’unica forma di “libertà” che è dato all’uomo di avere, “in quanto solo
l’uomo ha la possibilità, strutturalmente, funzionalmente, di secernere
informazione” (“Intervista sulle strutture della vita”,pag.161)
“In realtà – scrive Laborit – ciò che può chiamarsi “libertà” (se proprio
teniamo a questa parola) è l’indipendenza, molto relativa, che l’uomo può
acquistare scoprendo parzialmente e progressivamente le leggi del
determinismo universale. Allora, ma soltanto allora, diventa capace di
immaginare un modo di servirsi di queste leggi per sopravvivere meglio, e
ciò lo immette in un altro determinismo, tipico di un altro livello di
organizzazione, fino a quel momento ignorato. È compito della scienza
raggiungere nuovi livelli di organizzazione delle leggi universali. Finché
ha ignorato le leggi della gravitazione, l’uomo ha creduto di poter essere
libero di volare. Ma, come Icaro, si è sfracellato al suolo. O meglio,
ignorando che aveva la possibilità di volare, non sapeva di essere privo
di una libertà che per lui non esisteva. Una volta scoperte le leggi della
gravitazione, l’uomo è potuto andare sulla luna. Così facendo, non si è
liberato da quelle leggi, ma le ha adoperate a suo favore. Neppure in
questo caso ha compiuto una libera scelta, “perché la sua immaginazione
funziona solo se lui è motivato, dunque animato da una pulsione endogena o
da un avvenimento esterno. E la sua immaginazione può funzionare solo
adoperando un materiale memorizzato che non ha scelto liberamente ma che
gli è stato imposto dall’ambiente. E infine quando una o più soluzioni
nuove saranno in apparenza offerte alla sua ‘libera scelta’ , agirà ancora
una volta rispondendo alle sue pulsioni inconsce e ai suoi automatismi di
pensiero,altrettanto inconsci” (“Elogio della fuga”, pag.74).
L’uomo esce dal paradiso terrestre nel momento in cui immagina di poter
vivere in uno stato migliore di quello che Dio o il potere o la sorte gli
hanno attribuito. Nel momento in cui, con la scoperta, parziale e
progressiva, dei meccanismi che lo determinano, comincia ad immaginare da
solo ciò che è bene per lui, mangia il frutto proibito. Da quel momento
vivrà, a differenza degli altri animali, nell’inferno della propria
insoddisfazione e sofferenza, finché non riuscirà a compiere il salto
evolutivo che lo renderà effettivamente simile a Dio: la vittoria sul
determinismo universale e sulla morte. Da quando l’uomo è divenuto
effettivamente uomo mangiando dell’albero della conoscenza al giorno in
cui egli sarà come Dio mangiando dell’albero della vita, si snoda l’intero
cammino dell’evoluzione umana.
Quanto a me e alla mia piccola esistenza, se quel poco di conoscenza che
ho di me stesso non ha finora contribuito gran che a correggere la mia
natura, è valsa tuttavia a rendermi più tollerante verso le rigidità del
mio carattere e di quello altrui.
Gennaio 1995

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