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	<description>note e divagazioni di un giornalista</description>
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		<title>Ricordo di Raimon Panikkar</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 14:26:44 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Raimon Panikkar]]></category>
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		<description><![CDATA[Raimon Panikkar è morto il 26 agosto nella sua casa nei pressi di Barcellona. E&#8217; morto ma senza lasciarci, tanto vivo è il ricordo che conserveremo di lui. Non ho incontrato nella mia vita nessun sacerdote o religioso che fosse, come lui, intellettualmente vivace, incredibilmente colto, umile e aperto al dialogo, innamorato della vita come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2010/08/Raimon-Panikkar.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6285" style="margin: 1px 7px;" title="Raimon Panikkar" src="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2010/08/Raimon-Panikkar.jpg" alt="" width="140" height="180" /></a>Raimon Panikkar è morto il 26 agosto nella sua casa nei pressi di Barcellona. E&#8217; morto ma senza lasciarci, tanto vivo è il ricordo che conserveremo di lui. Non ho incontrato nella mia vita nessun sacerdote o religioso che fosse, come lui, intellettualmente vivace, incredibilmente colto, umile e aperto al dialogo, innamorato della vita come della fede. Una fede che non era visione dogmatica dell&#8217;al di là &#8211; a cui non credeva &#8211; ma semmai muta esperienza contemplativa del mistero che tutti ci avvolge.Insieme cristiano, indù e buddista, così diceva di essere. Il suo contributo di predicatore, conferenziere e saggista al dialogo interreligioso è stato probabilmente senza pari.</p>
<p>Lo conobbi a Firenze mezzo secolo fa, quando Giorgio La Pira aveva fatto della città un crocevia di culture. Ero poco più che un ragazzo quando, accanto al mio maestro di allora, Padre Ernesto Balducci, ebbi per la prima volta occasione, ma dovrei dire l&#8217;emozione, di penetrare con le sue parole in una dimensione diversa, scandalosa quanto per me entusiasmante, del messaggio cristiano. Ho avuto poche occasioni di ascoltarlo in seguito (parlava un ottimo italiano) ma sono state sempre occasioni di straordinario arricchimento intellettuale e spirituale. Dall&#8217;ultimo suo libro che ho letto, &#8220;Mistica pienezza di vita&#8221; (Jaca Book, 2008), ho ricavato liberamente per nandocan <a href="http://www.nandokan.it/?page_id=1896" target="_blank">una serie di pensieri e di massime che sono  tra le pagine più lette di questo blog.</a></p>
<p>(Informazioni sulla vita e le opere di Raimon Panikkar sono reperibili in un sito in cinque lingue cliccando <a href="http://www.raimon-panikkar.org/index.html" target="_blank">qui</a>.)</p>
<p>Quattro anni fa, dopo aver letto “Tra Dio e il cosmo”, buttai giù questi versi che ripropongo:</p>
<h3 style="text-align: center;"> In principio era il Verbo</h3>
<p style="text-align: center;"><em>(a Raimon Pannikar, provando a dire in versi</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>quello che la teologia ecclesiastica non perdona)</em></p>
<p style="text-align: center;">In principio era il verbo che la mente</p>
<p style="text-align: center;">volle per nido</p>
<p style="text-align: center;">e dal silenzio trasse il primo grido.</p>
<p style="text-align: center;">Aprì lo spazio, il tempo ed alla mente</p>
<p style="text-align: center;">donò coscienza,</p>
<p style="text-align: center;">al mondo delle cose differenza.</p>
<p style="text-align: center;">Misteriosa uguaglianza del creato</p>
<p style="text-align: center;">con il creatore</p>
<p style="text-align: center;">e sono il Padre, il Figlio e il loro amore.</p>
<p style="text-align: center;">La vita eterna è questa, che non chiude</p>
<p style="text-align: center;">l&#8217;uomo nell&#8217;Io</p>
<p style="text-align: center;">e non attende in paradiso Dio.</p>
<p style="text-align: center;"><em>3 luglio 2006</em></p>
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		<title>Gli ebrei, Israele e la nonviolenza</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 09:49:50 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[pensando in prosa e in versi]]></category>
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		<description><![CDATA[Roma, 23 luglio 2010. &#8211; Ho sempre saputo e creduto che quello tra gli ebrei di Israele e gli ebrei della diaspora fosse un rapporto complesso e talvolta  problematico, fin da quando nel lontano 1967, terminata da poco la guerra dei sei giorni, fui inviato da &#8221;TV7&#8243; a fare un lungo giro prima in Israele e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2010/07/muro-israelelead.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6263" style="margin: 1px 5px;" title="muro israelelead" src="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2010/07/muro-israelelead.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Roma, 23 luglio 2010</strong>. &#8211; Ho sempre saputo e creduto che quello tra <strong>gli ebrei di Israele e gli ebrei della diaspora</strong> fosse un rapporto complesso e talvolta  problematico, fin da quando nel lontano 1967, terminata da poco la guerra dei sei giorni, fui <strong>inviato da &#8221;TV7&#8243;</strong> a fare un lungo giro prima in Israele e nei territori occupati, poi nelle sinagoghe italiane ed europee, per raccogliere giudizi e opinioni sulle conseguenze dell&#8217;occupazione e sui possibili sviluppi. Quel lungo documentario (oltre un&#8217;ora di inchiesta), per il quale ebbi <strong>la collaborazione del grande giornalista del &#8220;Giorno&#8221; Umberto Segre</strong>, pur completato e apprezzato dai dirigenti RAI che lo visionarono più volte, non andò mai in onda e senza spiegazione alcuna, come a quei tempi spesso capitava. Non so neppure se la RAI ne conservi ancora una copia.</p>
<p style="text-align: justify;">Già allora il coinvolgimento intellettuale ed emotivo degli ebrei romani con Israele e la sua politica appariva assai più marcato che quello dei loro correligionari di Londra o Parigi. Col passare dei decenni, mentre quella che nel &#8217;67 sembrava un&#8217;occupazione militare provvisoria assumeva sempre più i connotati di una dura presenza coloniale, la posizione di gran parte degli ebrei italiani ha continuato e continua ad essere assai meno critica di quella di tanti israeliani pacifisti, più o meno famosi. Perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Mi è sembrato giusto cercare una risposta da loro e per questo ho preso a ricevere e leggere con una certa regolarità<strong> la newsletter  di &#8220;ITALIAEBRAICA&#8221;. L&#8217;ultima email riporta una polemica molto interessante, che riporterò integralmente per non essere accusato di parzialità. Prima però  vorrei citare  un articolo di Maria Carla Biavati,  pacifista italiana che fa parte dei &#8220;berretti bianchi&#8221;, appena uscito sul blog di  &#8221;Arcoiris -domani&#8221; .</strong></p>
<h4 style="text-align: justify;">Contro i muri, ora ci sono i contadini palestinesi e i ragazzi di Israele</h4>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La non violenza &#8211;  scrive la Biavati -  è tornata a essere strumento di lotta politica, una risposta alle forze di occupazione. E <strong>sono sempre più numerosi i giovani che, sotto la stella di David, si uniscono alla lotta pacifica contro &#8220;il muro&#8221; dei contadini palestinesi</strong>&#8230;.da sei anni partecipo alle lotte non-violente condotte dagli abitanti paesani dei villaggi e li conosco uno per uno, giovani e meno giovani, sindaci e contadini, e conosco pure i volontari internazionali che vengono con me a prendersi le pallottole di gomma e i lacrimogeni a tutte le manifestazioni che vengono organizzate&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra che la preoccupazione dei contadini privati dei loro campi che manifestano nei villaggi contro la  costruzione del muro sia anche quella di evitare di apparire strumentalizzati dall&#8217;alto. Il tentativo c&#8217;è stato, scrive ancora la Biavati, perché <strong>queste manifestazioni, in un momento di stallo e vanificazione di qualsiasi proposta di soluzioni politiche, sono ormai &#8220;l’unica base di protesta popolare sul terreno</strong>, e quindi i comitati importanti, come <em>Stop the Wall</em> hanno cercato di organizzarli e anche i politici dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese) si sono precipitati a offrire finanziamento e sostegno&#8221;.</p>
<div style="text-align: justify;">
<p>La <strong>Conferenza per la resistenza popolare nonviolenta di Bil’in</strong>, che si è svolta dal 21 al 24 aprile 2010, è  diventata un punto fondamentale per l’incontro di personaggi nazionali e internazionali a supporto della lotta non-violenta palestinese. Ad essa <strong>tutti sono stati invitati liberamente (e non in modo selettivo) a indicare strumenti e percorsi per continuare le proteste contro il muro. Non solo l&#8217;Onu e i rappresentanti dell&#8217;Anp, ma i rappresentanti di tutti i partiti politici, gli intellettuali e gli attivisti nazionali e internazionali.</strong> Anche gli invitati di <strong>Hamas</strong> hanno appoggiato la lotta non-violenta dei villaggi, fatta da giovani appartenenti al partito, senza simboli politici e senza violenza. Il loro rappresentante politico, riferisce la pacifista italiana, ha testualmente detto: &#8220;Nonostante le divisioni politiche insuperabili tra le nostre fazioni, i giovani che lottano disarmati con i loro corpi di fronte ai soldati israeliani stanno costruendo una coscienza comune che supera ogni divisione e ci danno la speranza di riuscire a ricostruire un’unità nazionale dal basso, insegnandoci un dialogo sincero che nelle segreterie non sappiamo più riconoscere&#8221;. <strong>I giovani israeliani che partecipano attivamente alla lotta nonviolenta, &#8220;nonostante non siano molti, sono in continua crescita, come anche i villaggi che si uniscono alle proteste del venerdì. Ed anche gli attivisti internazionali aumentano di anno in anno</strong>&#8220;.</p>
<p>Un mio amico israeliano, conclude la Biavati,  mi ha detto: &#8220;È soltanto qui che trovo la forza per continuare a vivere in Israele, qui ho capito che i palestinesi non ci odiano, e le loro radici profonde in questa terra possono diventare anche le nostre solo se riusciremo ad accettarli come i nostri fratelli più cari. La loro vicinanza e il riconoscimento che hanno per noi, mi aiutano a credere in uno stato unico per entrambi i nostri popoli, aperto al mondo e alle altre culture. Oggi sono quasi felice, dormo bene, mi sento protetto dall’affetto dei miei amici e mi basta&#8221;.</p>
<h4>Il Rav Di Segni e i linkers, italiani o residenti in Israele,  di &#8220;Italiaebraica&#8221;</h4>
<p><em>Chiedo scusa ai miei lettori per la lunghezza del testo di questa email che ho appena ricevuto e credo di dover pubblicare integralmente. Il dibattito che segue &#8211; se tale si può chiamare &#8211; mi pare già assai significativo di quanto ho scritto all&#8217;inizio. Ma sarò lieto di integrarlo con altri contributi della comunità ebraica italiana.  </em></p>
<p><strong>Comincia Arnaldo Funaro dicendo</strong>: <strong>&#8220;Continuo a sentire anche dal Rav Di Segni* che &#8220;gli ebrei italiani,a ragione, sono i primi sostenitori di Israele&#8221;. Sarebbe il caso di aprire un dibattito su questo: non si può sostenere una politica a scatola chiusa. </strong>Ne va della sopravvivenza degli ebrei in tutto il mondo. Senza contare che<strong> io non mi sento affatto israeliano</strong>. Anzi. Chiudo con un pensiero che da sempre echeggia nella mia mente:&#8221;Un giorno israeliani e palestinesi vivranno nella stessa terra. Chi sopra, chi sotto&#8221;. Con amarezza. Arnaldo Funaro&#8221;.</p>
<p><strong>Risponde Arturo Calosso</strong>: &#8220;Leggo la nota del &#8220;non israeliano&#8221; Funaro . Non ci trovo nulla di anormale a non sentirsi tale ma sarei più&#8217; sereno se il non esserlo non voglia sottrarre <em>(sottintendere? ndr)</em> l&#8217;appartenenza alla<strong> affollata lista degli &#8220;ebrei buoni&#8221;, quelli che prendono le distanze perche&#8217; &#8220;non si sa mai &#8220;</strong> . Credo che si debba interpretare la nota di rav Di Segni come uno sprone a sostenere il progetto realizzato di una Patria politica per gli Ebrei , alla luce dei fatti storici che ci hanno preceduti per secoli . Oggi si dice che gli ebrei debbono tornare in Europa , 70 anni fa si diceva che dovevano andare in Palestina . Mi permetto di ricordare sinteticamente cosa ci diceva il nostro Maestro Dante Lattes z&#8217;l&#8217; all&#8217;inizio del &#8217;900 agli albori della ricerca di una collocazione per la &#8220;questione ebraica &#8221; in Europa: &#8230;.gli Ebrei debbono trovare la loro dimensione ed il coraggio di vivere dignitosamnete il loro ebraismo e l&#8217;appartenenza al Popolo Ebraico indipendentemente dai luoghi di residenza &#8230;&#8230;Da queste frasi ci sono circa 95/100 anni , sono passate due guerre mondiali ,c&#8217;e&#8217; stata la distruzione quasi totale degli Ebrei in Europa , c&#8217;e&#8217; stato lo Stato di Israele . Non tutti i governi di Israele possono piacere ma non per questo non lo si deve sostenere . Noi che siamo in diaspora non incidiamo sulla politica di quello Stato, non paghiamo le tasse, non facciamo il servizio militare , non mandiamo i nostri figli a combattere per la difesa dello Stato . Noi tutti sappiamo nel nostro intimo che la&#8217; potremmo trovare rifugio , meglio ricordarsene in buoni periodi che davanti ad una tragedia. Anche io non sono israeliano , tuttavia il legame che mi unisce ai fratelli in Israele non mi ottunde il cervello , sono pronto a criticare eccome ! Ma con i limiti della distanza e certamente per non iscrivermi alla lista degli &#8220;ebrei buoni&#8221; , quelli graditi a certi politici locali . Buona continuazione di estate . Arturo Calosso&#8221;.</p>
<p><strong>Ariel Paggi scrive</strong>: &#8221; Vorrei rispondere al sig Funaro. Io sono una persona vecchia; ho vissuto i tempi della persecuzione e la sua posizione mi ricorda quella degli ebrei che nei primi anni &#8217;40 erano ancora fascisti e davano agli ebrei la colpa delle leggi razziali. Israele è da tremila anni a questa parte quella realtà che ha sfatato tutti i miti anti-ebraici ed è una delle nazioni da cui dipende lo sviluppo civile e tecnologico del pianeta nonostante le difficoltà in cui è costretto a vivere. I Palestinesi sono oppressi da una dirigenza che da anni utilizza i fondi destinati alla popolazione per arricchire se stessi ( ricordiamo che ARAFAT era divenuto il quarto uomo più ricco del mondo e che il figlio di Abu Mazen accumula infinite ricchezze, i dirigenti di Hamas non sono da meno; la OLP è stata fondata dal Mufti di Gerusalemme zio di Arafat e collaboratore stretto di Hitler per il quale formò una legione Araba che combattè con i nazisti e collaborò alla realizzazione della shoà). In Palestina ed in Siria si rifugiarono molti criminali nazisti. Una consistente parte dei fondi destinati ai palestinesi è destinata per retribuire politici di tutto il mondo disposti ad essere loro alleati ( tra questi fetta consistente del PD che è passato dalle dipendenze dell&#8217;URSS a quella di ARAFAT e poi ANP). Tutte queste informazioni erano su tutti i giornali neglii anni 45-55 quando ancora non si parlava di popolo palestinese ma di popolazione palestinese dato che popolo significa gruppo di abitanti con una lingua, cultura e storia propria che i palestinesi non hanno, perché la loro residenza nell&#8217;area è per la maggior parte posteriore all&#8217;immigrazione ebraica e conseguenza di essa. Gli Arabi non sono mai stati numerosi a Gerusalemme; leggendo i libri di geografia scritti ai tempi dell&#8217;Impero Ottomano si può apprendere che la maggioranza era di ebrei e poi venivano i Cristiani; gli ebrei erano la maggioranza anche a Safed; gli Arabi erano costituiti soprattutto dai beduini e da poche migliaia di persone sparse ad Acco, Safed, Amman, Haifa, Betlemme e Nazaret, queste due abitate soprattutto da cristiani. Fino agli anni &#8217;20 la Palestina comprendeva anche l&#8217; attuale Trasngiordania chiamata così dopo quando gli inglesi che avevano sostituito i Turchi la donarono allo sceicco Abdullah. Uno stato palestinese separato dalla Transgiordania ha poco senso comunque deve essere preceduto dalla eliminazione della attula eclasse dirigente( incluso Hamas) corrotta e nazi islamica. Shalom, Ariel Paggi.</p>
<p><strong>Interviene David Pacifici:</strong> &#8220;Da israeliano ti dico che viste le tue cupe quanto discutibili previsioni sugli esiti dello scontro israeliano palestinese, se veramente ci credi, è tuo dovere darti da fare perchè i tuoi fratelli israeliani restino sopra e sotto ci vada qualcun&#8217;altro. Al di là di un obbligo morale credo che si applichi il &#8220;din rodef&#8221; (bloccare con ogni mezzo il potenziale uccisore di un innocente) quindi sei obbligato anche halachicamente (ma fattelo confermare da una autorità rabbinica). Quindi altro che dibattito: prima fai e poi discuti. David Pacifici.</p>
<p><strong>Infine Daniel Segre</strong>: &#8220;Il sentirsi o non sentirsi israeliano e&#8217; un qualcosa che appartiene innanzittutto a chi vive qui&#8217; sia per nascita &#8211; come i miei figli &#8211; o per aliya&#8217; &#8211; come nel mio caso. Posso essere o non essere d&#8217;accordo con la politica di questo o quel governo, ma la mia identita&#8217; e fedelta&#8217; va a questo paese in cui vivo gia&#8217; da quasi 40 anni. Il volersi far vedere &#8220;diverso&#8221; dagli altri ,cosi&#8217; che non ti dicano cose che comunque pensano su Israele e sull&#8217;ebraismo, e&#8217; una vecchia storia del nostro popolo che da quando e&#8217; uscito dall&#8221;Egitto ha avuto dei &#8220;piagnoni&#8221; che si lamentavano con Mose&#8217; di non avere piu&#8217; cipolle e cocomeri e di voler tornare in Egitto perche&#8217; era meglio esser schiavi che morire nel deserto. Ci vuole un po&#8217; di fede (emunah) e sapere che gli altri se ti piace o non ti piace ti identificano con l&#8217;Ebraismo e con Israele. Per noi che viviamo qui&#8217; e i nostri figli &#8211; come noi &#8211; si fanno 3 anni di esercito e poi una trentina di milluim, le parole del Sig. Funaro, sono tristemente conosciute da altre epoche e sappiamo bene dove portino. Se il Sig. Funaro vuole sentirsi Italiano, Padano, Europeo, Internazionale o cosa preferisca a secondo del momento, si senta libero di farlo come e dove vuole , ma non pretenda anche che lo si debba coccolare, proteggere, e sostenere. Comunque sia si ricordi il Sig. Funaro che se parla cosi&#8217; e&#8217; perche&#8217; esiste Israele altrimenti sa lui molto bene dove sarebbe oggidi&#8217;. Nella speranza che il prossimo digiuno di 9 Av ci faccia ancor piu&#8217; riflettere sull&#8217;odio che ha portato alla distruzione del secondo Tempio e che con il Suo&#8217;aiuto, D. riconduca tutto il popolo ebraico disperso nel mondo al piu&#8217; presto alla sua terra. Shalom da Gerusalemme, Daniel Segre&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* Riccardo Di Segni è il Rabbino capo della comunità ebraica di Roma</strong></p>
</div>
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		<title>Smile, please! La Terra può attendere</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 17:18:24 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2010/06/G-20-fotolead.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6242" style="margin: 1px 5px;" title="G 20 fotolead" src="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2010/06/G-20-fotolead.jpg" alt="" width="299" height="195" /></a>Roma, 30 giugno 2010</strong> - Ci vuole il rigore. No, ci vuole la crescita. Bene, adotteremo il rigore che non danneggia la crescita. A parte l&#8217;impegno a dimezzare i deficit pubblici entro il 2013 (e “speriamo che non lo prendano troppo sul serio”, commenta l&#8217;economista francese Jean-Paul Fitoussi), neppure il G 20 di Toronto è riuscito a concordare un percorso comune per uscire dalla crisi. D&#8217;altronde l&#8217;interesse per questi vertici si limita ormai al bilancio più o meno drammatico delle manifestazioni di contorno. Per l&#8217;inviato di Repubblica, Federico Rampini, “il documento conclusivo, com&#8217;è consueto in queste cerimonie che &#8216;mimano&#8217; un governo globale senza realizzarlo, contiene frasi buone per ogni uso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato, perché tutti sappiamo che una crisi più che mai “globale”, anche per la varietà dei settori coinvolti (economia, finanza, energia, ambiente, movimenti migratori, forme di rappresentanza), non verrà mai risolta con provvedimenti soltanto locali. I governi adotteranno misure tampone e lasceranno inalterato l&#8217;attuale modello di sviluppo capitalistico, che è alla vera origine della crisi. L&#8217;adozione di misure congiunturali è inevitabile, ma la crisi strutturale continuerà a marcire, nell&#8217; attesa di una maturazione culturale e di una strategia riformatrice che non vediamo ancora all&#8217;orizzonte.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure sono decenni che gli scienziati invitano a fare i conti con i limiti del pianeta e denunciano l&#8217;insostenibilità di una crescita senza fine della produzione di merci. Una crescita quantitativa, proposta e accettata come un dogma. Come se fosse possibile l&#8217; appropriazione e la trasformazione infinita di risorse limitate come quelle offerte da “Madre Terra”. Una crescita purchessia, che esige la moltiplicazione delle possibilità di profitto e tutto trasforma in merce, tanto che i signori della pubblicità non sanno più che inventarsi per indurre la gente a consumi superflui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma così crescono i profitti di pochi e la fame di molti. Secondo dati delle Nazioni Unite, la popolazione che non accede al cibo è di quasi un miliardo di esseri umani, cioè di una persona su sei  che popolano la Terra. Metà della ricchezza del pianeta appartiene al due per cento della popolazione mondiale. Ogni giorno trentacinquemila bambini muoiono di fame.</p>
<p style="text-align: justify;">I devoti di questa crescita non guidata dalla politica e affidata alla “libera iniziativa” si illudono che il capitalismo possa sopravvivere a lungo con l&#8217;esclusione sistematica di gran parte dell&#8217;umanità dai benefici che produce. Pensano che anche in un mondo globalizzato i poveri continueranno ad accontentarsi di raccogliere briciole sotto il tavolo del “ricco epulone”. Già non è più così. A quel tavolo hanno  cominciato a sedersi i più popolati tra i paesi sottosviluppati di ieri. Aspirano a condividere gli standard di consumo dei vecchi commensali, né possiamo chiedere solo a loro di farsi carico delle conseguenze disastrose per l&#8217;impatto ambientale. Servirebbero tre pianeti in più,  per ora non li abbiamo a disposizione.</p>
<p style="text-align: justify;"> I politici, si sa, a cominciare da quelli di destra, a queste considerazioni si annoiano. L&#8217;orizzonte dei più difficilmente va oltre il turno elettorale seguente. Quanto ai politici di sinistra, di fronte a una crisi mondiale che fa strage di posti di lavoro, che altro potrebbero fare se non battersi perché vengano sostenuti gli investimenti, dunque i profitti, dunque il credito delle banche alla “crescita purchessia”?</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso di Pomigliano</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però anche nel centrosinistra si comincia a parlare di crescita sostenibile, che vuol dire selezionare gli investimenti, tenendo conto dell&#8217;interesse pubblico e dell&#8217; equilibrio ambientale, favorendo ad esempio l&#8217;edilizia pubblica piuttosto che quella privata, il trasporto pubblico anziché il trasporto privato, ecc. Più o meno il contrario di quello che il più delle volte si decide in Italia. Poi capita che a Pomigliano l&#8217;amministratore delegato della Fiat, Marchionne, dica che per trasferire la produzione della Panda dalla Polonia ed evitare i licenziamenti, gli operai dovranno aumentare i turni di lavoro, evitare di ammalarsi a carico dell&#8217;azienda, rinunciare al diritto di sciopero. Ciò a riprova che per un capitalista illuminato possono essere merce di scambio anche i diritti fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può resistere al ricatto? E come no, per questo si fa il referendum. I lavoratori hanno diritto di scegliere tra l&#8217;occupazione e il licenziamento. Una scelta umiliante, che tuttavia qualche importante dirigente del sindacato o del PD così commenta: “il modello Fiat va bene anche se non esportabile”. Un economista serio come Luciano Gallino ci fa capire invece che avverrà esattamente il contrario. Su Repubblica scrive: “ Le aspre condizioni di lavoro che la Fiat intende introdurre a Pomigliano, dopo averle sperimentate con successo all&#8217;estero, sono la premessa per introdurle prima o poi in tutti gli stabilimenti italiani”. E aggiunge più avanti: “dagli elettrodomestici al tessile e al made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e piccole che possono dimostrare, dati alla mano, che in India o nelle Filippine, in Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una produzione pro capite di molto superiore agli impianti di casa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Anch&#8217;io credo che non solo la sinistra, ma nessun democratico degno di questo nome possa accettare la mercificazione di diritti costituzionali come quelli al lavoro, allo sciopero o alla libertà di espressione. Ciò non vuol dire tifare per la cosiddetta “decrescita felice”, un termine difficile da capire e, nel dialogo con i cittadini, autolesionista. Vuol dire semmai convertirsi alla sobrietà restituendo con la politica economica qualità e dignità ai beni e ai servizi comuni; compensare in tal modo il danno all&#8217;occupazione derivante da un calo (benefico?) nei consumi superflui. Vuol dire convincersi che non tutta la spesa pubblica è improduttiva e che a pagare regolarmente le tasse non sono i fessi ma le persone civili. Vuol dire che parole come rigore e crescita non possono essere usate come feticci. Pertanto, colleghi giornalisti, quando in televisione i politici, di destra o di sinistra, le utilizzano come slogan, perché non chiediamo loro: quale crescita? Rigore con chi?</p>
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		<title>Del bene e del male</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 16:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensando in prosa e in versi]]></category>

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		<description><![CDATA[(il testo che segue riproduce in forma di dialoghi, rispettandone il contenuto nella sostanza, alcuni scambi di messaggi internet sul tema &#8220;Bene e Male valori assoluti?&#8221; apparsi nel 1997 sulla rubrica it.cultura.filosofia). FILIPPO Che cos&#8217;è il bene in se stesso? Esiste una regola, una massima, un modello che lo definisca universalmente o il bene e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>(il testo che segue riproduce in forma di dialoghi, rispettandone il contenuto nella sostanza, alcuni scambi di messaggi internet sul tema &#8220;Bene e Male valori assoluti?&#8221; apparsi nel 1997 sulla rubrica it.cultura.filosofia).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FILIPPO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che cos&#8217;è il bene in se stesso? Esiste una regola, una massima, un modello che lo definisca universalmente o il bene e il male sono solo una cosa relativa?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PAGANO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me, bene è ciò che ti fa star meglio, male ciò che ti fa star peggio. Naturalmente, lo &#8220;star meglio&#8221; si riferisce a tutti gli aspetti che caratterizzano un uomo, quindi io non guardo solo agli aspetti materiali, ma mi riferisco anche, e in certi casi soprattutto, alle sensazioni e ai sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma&#8230;attenzione. L&#8217;uomo é un animale sociale. Che lo voglia o no, non può essere indifferente ai valori e ai disvalori elaborati dalla società di cui fa parte, valori e disvalori succhiati insieme al latte materno e interiorizzati soprattutto nei primi anni di vita. La visione soggettiva delle cose é in realtà soggettiva soltanto in minima parte. Certo, se è intelligente e maturo, l&#8217;individuo potrà rendersi relativamente autonomo, cavandosela con qualche senso di colpa, ma é fuori discussione che star peggio o star meglio non dipendono solo da lui. La società, prima ancora che l&#8217;individuo, elabora il suo concetto (provvisorio e mai assoluto) di bene e di male, ed é probabilmente bene che sia così perché non vada disperso il patrimonio evolutivo della specie.  E&#8217; normale che nascano conflitti tra le gerarchie di valori dei singoli e quelle delle società e che questi conflitti sfocino, prima o poi, in nuove gerarchie di valori. Bene e male in assoluto non esistono. variano a seconda del tempo e dello spazio, dei bisogni e delle convinzioni dei gruppi umani (francamente mi pare di dire delle banalità).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANDREA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe pensare, invece, che a variare siano le definizioni che esseri limitati e determinati come noi danno di un valore assoluto come il Bene. O no?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma certo che si potrebbe pensarlo, caro Andrea. Miliardi di uomini lo hanno fatto e lo fanno. E a questo Bene con la b maiuscola, assoluto, infinito e perciò indefinibile da esseri &#8220;limitati e determinati&#8221;, hanno dato il nome di Dio. Ma questo é un atto di fede e la mia invece voleva essere una spiegazione laica, in termini razionali, della varietà di significati che bene e male hanno via via assunto nello spazio e nel tempo. La mia é una concezione evolutiva della morale. Analogamente a quanto avviene per gli organismi animali, che evolvono attraverso mutamenti casuali, premiati o bocciati dalla selezione ambientale, ciò che qui e ora é ritenuto trasgressivo, e dunque male, può non esserlo più e addirittura affermarsi come bene in un diverso contesto temporale o spaziale. Cosicché un grande filosofo come Montaigne, dopo aver incontrato un gruppo di &#8220;cannibali&#8221; portato in Occidente dagli scopritori delle &#8220;nuove Indie&#8221;, poteva scrivere in un saggio rimasto famoso: &#8220;&#8230;Non c&#8217;è niente di barbaro e selvaggio in quel popolo a quanto me ne hanno raccontato, se non che ognuno chiama barbarie quello che non é nei nostri costumi; come veramente sembra che noi non abbiamo altra pietra di paragone della verità e della ragione che l&#8217;esempio e l&#8217;idea delle opinioni e delle usanze del paese in cui siamo. Ivi si trova sempre la religione perfetta, il regime perfetto, l&#8217;uso perfetto e rifinito di ogni cosa&#8221; (Essais, libro I, XXXI).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo confondere gli usi e costumi di un popolo con la concezione del Bene. Se un &#8220;selvaggio&#8221; mangia carne cruda, si infila ossa di animali nel naso e pratica riti propiziatori per il raccolto, ciò non va bollato come barbarie, ma neanche si deve scomodare una diversa concezione di Bene per dei fenomeni di &#8220;costume&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti assicuro che Montaigne intendeva parlare di morale e non di etnologia. Era l&#8217;epoca della caccia alle streghe e delle guerre di religione e la morale di cattolici e protestanti, benedetta dal clero delle due parti, era quella di trucidarsi a vicenda in nome di Dio. Ecco come proseguiva Montaigne, nella sua difesa dei cannibali: &#8220;Penso che c&#8217;é più barbarie a mangiare un uomo vivo che a mangiarlo morto, a lacerare con supplizi e martirii un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo azzannare e martoriare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma veduto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini, e, quel che é peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che ad arrostirlo e mangiarlo dopo che é morto&#8221;. Oggi tanti condividono questo discorso, ma i moralisti del tempo lo giudicavano decisamente immorale. Tutti in mala fede?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che il Bene possa essere un valore in evoluzione nel tempo mi sembra un&#8217; idea accettabile. Molto meno quella di una relatività soggettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">FERNANDO</p>
<p style="text-align: justify;">Bene. Anche per me la morale non é un fatto individuale. Relativo sì, però. Il relativismo morale ti da fastidio e non mi riesce difficile comprendere il tuo punto di vista. Tuttavia, se intervieni in una rubrica come questa, suppongo che tu sia disposto a confrontare sul piano logico le tue convinzioni con quelle altrui e ad esprimerti in modo critico e non semplicemente assertorio. In filosofia, niente può essere dato per scontato e tutto può essere messo in discussione. Per far questo, però, occorre un chiarimento preliminare perché, pur avendo il massimo rispetto per la religione, ma non me la sento di impegnarmi in un dibattito metafisico. Dobbiamo dirci, cioè, se siamo in grado di spiegare le nostre convinzioni in fatto di morale senza fare riferimento all&#8217;immortalità dell&#8217;anima e all&#8217;esistenza di Dio, a una morale rivelata o al mondo delle idee. Kant non riuscì a farlo, e tu?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Kant, nella sua Etica, da una definizione universale (nel senso di valida per tutti gli uomini) di Bene, senza per questo ricorrere a Dio, ma solo utilizzando la forza della Ragione umana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi, spiace, ma non é esatto. Non amo le citazioni erudite, ma in questo caso le ritengo necessarie. Nella &#8220;critica della ragion pratica&#8221;, Kant indica il &#8220;sommo bene&#8221; nella totale conformità della volontà alla legge morale, conformità che non può realizzarsi pienamente da parte di un essere razionale sensibile, ma costituisce il termine ultimo di un progresso che proceda all&#8217;infinito in direzione di tale conformità. Questo progresso é possibile solo &#8211; scrive Kant &#8211; &#8220;in base al presupposto di un&#8217;esistenza che prosegue all&#8217;infinito e della personalità del medesimo essere razionale (alla quale si da il nome di immortalità dell&#8217;anima); di conseguenza il sommo bene é possibile soltanto sul presupposto dell&#8217;immortalità dell&#8217;anima. Tale immortalità dunque, in quanto inseparabilmente legata alla legge morale, costituisce un postulato della ragion pratica&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo. Poiché il sommo bene, la cui realizzazione costituisce il fine della vita morale, comporta che la felicità sia proporzionalmente connessa alla moralità e poiché tale rapporto non si realizza nel mondo sensibile, Kant ritiene necessario postulare anche l&#8217;esistenza di Dio come garante del rigoroso accordo fra moralità e felicità. Questo per quanto riguarda Kant. Poiché tuttavia tu affermi la possibilità di concepire bene e male come valori assoluti, dimmi in che cosa consistono questi principi universali, validi per tutti i tempi e tutti i luoghi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto un principio guida semplicissimo per le nostre azioni: &#8220;L&#8217;uomo deve sempre essere un fine, mai un mezzo&#8221;. Ecco qui con un colpo solo eliminata la tortura, lo sfruttamento, la prostituzione, la calunnia, ecc. &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già, chi non é d&#8217;accordo batta un colpo&#8230;.La quantità di adesioni ad un principio morale é direttamente proporzionale alla sua genericità. Appena appena si comincia a scendere nel concreto, ecco che cominciano i &#8220;distinguo&#8221;, i &#8220;sì, va bene,ma&#8230;&#8221;, oppure si gioca con le parole: quella tortura non é tortura, quello sfruttamento non é sfruttamento ecc. Ipocrisia, dirai. &#8220;Video meliora proboque, deteriora sequor&#8221;. Ma guarda che non mi riferisco all&#8217;&#8221;umana debolezza&#8221; dei torturatori, degli sfruttatori, delle prostitute, che pure sono tanti., ma ai milioni che concretamente li assolvono o addirittura li applaudono, spesso in perfetta buona fede. Allora la prima domanda é questa: perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio concreto?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già, perché?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse perché da quando esistono i principi morali esiste la loro interpretazione. E quanto più astratti sono, tanto più elastica può esserne l&#8217;applicazione al caso concreto. &#8220;Negare la giusta paga agli operai&#8221; sarà anche un &#8220;peccato che grida vendetta al cospetto di Dio&#8221; (catechismo cattolico), ma fa tanto bene all&#8217;economia aziendale (catechismo liberista)&#8230;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma l&#8217;etica non può essere una variabile dipendente: per la produzione è bene questo, per i miei fondi d&#8217;investimento è bene quest&#8217;altro, per la salvaguardia dell&#8217;ambiente è bene quello, per il futuro di mio figlio è bene quell&#8217;altro. Possiamo essere sicuri della bontà del nostro agire solo se questo può essere elevato a &#8220;legge universale indipendentemente da qualunque contesto di tempo e luogo&#8221;. Non si possono giustificare le proprie cattive azioni in nome di un &#8220;fine ultimo&#8221; né consolarsi con il fatto che chiunque al nostro posto avrebbe fatto la stessa cosa. L&#8217;ufficiale che fa fucilare civili inermi, anche se su ordine del Padreterno in persona, è un perfetto criminale. La sua azione decontestualizzata è &#8216;male&#8217;, e &#8216;male&#8217; resta in qualunque contesto possibile. L&#8217;argomento poi che chiunque altro al suo posto avrebbe fatto la stessa cosa, é solo conferma della nostra umana debolezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già, ma se invece fa fucilare militari inermi? Qui comincerebbero subito i distinguo&#8230; E se si trattasse di criminali incalliti? Altri distinguo. E chi stabilisce che far fucilare civili inermi é male, mentre far fucilare militari o criminali inermi non sarà proprio bene ma é necessario? Ora che hai escluso anche il Padreterno, la risposta mi sembra difficile <img src='http://www.nandocan.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> . E con buona pace di Kant, anche su ciò che può essere &#8220;elevato a legge universale&#8221; i pareri sono discordi. Quanti voti deve ottenere perché si possa considerare un &#8220;valore assoluto&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;etica non può essere votata a maggioranza. Dobbiamo remare tutti insieme nella stessa direzione: la sopravvivenza della nostra specie in condizioni migliori delle attuali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E su questo, d&#8217;accordo. Ma vorrei, se permetti, procedere nel discorso che avevamo appena avviato. Allora la domanda che ti avevo fatto é questa: perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio concreto?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò avviene quando si considera l&#8217;uomo come mezzo e non come un fine. Se considero gli operai come un &#8216;mezzo di produzione allora (catechismo liberista) cerco di comprimere il più possibile il loro salario per il bene della Produzione. Ma se la mia coscienza (ammesso che gli imprenditori ne siano dotati) mi fa considerare i suddetti operai prima di ogni altra cosa uomini come me, non più dei mezzi, allora sarebbe doveroso passare loro un salario che gli consenta un&#8217;esistenza dignitosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La faccenda è assai più complessa. Semplificando molto, ognuno di noi ha un istinto egoistico che lo spinge a guardare esclusivamente al proprio interesse vitale (vero o presunto, poco importa), così come ha un super Io che gli deriva dalla sua esperienza infantile. Ha anche una *ragione* che lo spinge a conformarsi alla cultura egemone del suo ambiente e del suo gruppo sociale o comunque ai valori trasmessi con l&#8217;apprendimento e l&#8217;esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La ragione spinge l&#8217;individuo al conformismo per aumentare le sue possibilità di sopravvivenza o, per lo meno, per migliorare la sua condizione. é questo che intendi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il termine &#8220;conformismo&#8221; ha un&#8217;accezione negativa a cui io non penso affatto. é vero invece che la ragione é trasmessa con l&#8217;apprendimento e che all&#8217;origine di ogni scelta umana c&#8217;é sempre l&#8217;intento di migliorare la propria condizione o di non peggiorarla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; chiaro il conflitto tra istinto egoista e ragione, ma il Super Io che cos&#8217;è esattamente e come entra in gioco tra i due?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che é rappresentato dai comandi e dai divieti che abbiamo assimilato durante l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza. Comandi e divieti che possono essere del tutto irrazionali dal nostro attuale punto di vista, ma che hanno comunque &#8220;istruito&#8221; il nostro io bambino che non cessa mai di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come il &#8220;non mangiarti le unghie!&#8221;. Ora da adulto &#8220;razionale&#8221; sono convinto che non ci sia nulla di male a mordicchiare (in privato) di tanto in tanto le proprie unghie senza farsi male. Ma se lo faccio provo ugualmente un sottile senso di colpa o vergogna. E comunque trasmetto il comandamento di divieto ai miei figli. (Sic! quanto ingenuamente ci sentiamo tutti delle belle anime libere!)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oddio, l&#8217;esempio é un po&#8217; riduttivo <img src='http://www.nandocan.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' />  e non ci sono soltanto precetti moralmente sbagliati. Per esempio, a un gangster di professione potrebbe sembrare irrazionale risparmiare la vita al testimone di un delitto, ma il suo super-Io potrebbe (in questo caso felicemente) impedirglielo. Quando prevale l&#8217;istinto, quando il Super Io e quando la ragione? La risposta é quasi impossibile perché la coscienza &#8211; che non può essere negata a nessun uomo sano di mente, neppure agli imprenditori <img src='http://www.nandocan.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  &#8211; ammetterà difficilmente la sconfitta della ragione e, per evitare fastidiosi sensi di colpa, cercherà sempre un modo per *razionalizzare* il comportamento egoista. Così un imprenditore cattolico non dirà mai che l&#8217;operaio é solo un mezzo di produzione, ci mancherebbe, dirà invece in assoluta buona fede che quel salario é più che sufficiente ad assicurare un&#8217;esistenza dignitosa e che in ogni caso, se non lo fosse, l&#8217;unica soluzione resta pur sempre quella di garantire la produzione al minor costo possibile, così salvaguardando, con il profitto dell&#8217;impresa, lo sviluppo dell&#8217;economia ecc.ecc. Molto improbabile che la Chiesa, nonostante il rigore delle sue encicliche sociali, ne condanni il comportamento nel caso concreto, ma non é questo il punto. Il punto é che nessuna condanna potrebbe essere emessa se non in nome di Dio, per chi ci crede, o in nome della ragione, che &#8211; con buona pace dei giacobini francesi &#8211; non é una Dea ed é sempre relativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ohi, ohi, ohi &#8230; che bel guazzabuglio. Chi ce ne tira fuori?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno, temo, se non rinunci a credere al &#8220;bene assoluto&#8221; , al &#8220;male assoluto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma se il Bene assoluto è un&#8217;utopia (bella però?), trovo comunque assai squallido il relativismo utilitarista che sembra predominare nella discussione (e ovviamente nella società extra-internet).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anch&#8217;io, ma le ragioni possono essere due: o la coerenza con i valori da me fortunatamente appresi con l&#8217;educazione e l&#8217;esperienza diretta risulta per me più gratificante della loro negazione, oppure non sono sufficientemente coinvolto in prima persona e, non essendo io personalmente coinvolto, posso permettermi di pensare che nei loro panni agirei diversamente. Come insegna Montaigne, il filosofo che prediligo, ognuno segue sempre il proprio piacere. La morale riguarda l&#8217;oggetto del piacere e non il piacere in se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vuoi dire che quando rinuncio a soddisfare un istinto egoistico lo faccio solo perché maggiore è il piacere che ricavo dal considerarmi una persona virtuosa. é così?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, o anche perché é maggiore il piacere che ricavo dall&#8217;approvazione degli altri o del super-Io, o dalla promessa di una felicità avvenire o del paradiso, oppure perché é più forte il timore del danno, anche soltanto morale, che potrei ricavarne, o perché ho paura dell&#8217;inferno,ecc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altruismo &#8216;puro&#8217; quindi non esiste? E chi dedica la propria vita agli altri, come Madre Teresa? E chi sacrifica la propria vita per salvare vite altrui? é solo un pazzo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo che nessuno, neppure Madre Teresa, sacrifichi la propria vita con l&#8217;intento di danneggiare se stessa e la propria immagine. Avendo interiorizzato il modello di Cristo, un santo si gratifica con la coerenza a questo modello. Non c&#8217;é santo che non si dica anche &#8220;felice&#8221; di sacrificarsi. O mi sbaglio?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi pare che su questo tu abbia ragione. Partecipo a questa discussione più per capire e imparare che per imporre le mie idee, che tra l&#8217;altro sono ancora in cerca di un porto sicuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FERNANDO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anch&#8217;io partecipo per capire, imparare e proporre le mie idee, che tuttavia &#8211; sono certo &#8211; non troveranno mai un porto sicuro. Destino di ogni uomo é quello di camminare come un acrobata sul filo delle sue insicurezze. Fissare un punto vuoto all&#8217;orizzonte (metafora per la fede?) aiuta di più che una lucida consapevolezza del filo. Per questo, la via del filosofo é tanto più ardua di quella di chi si affida a una rivelazione divina.</p>
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		<title>Non gli uomini comuni abbattono le democrazie</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 10:19:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa edizione del mio blog non ospita articoli o commenti di attualità politica, ma mi pare che possa interessare il commento che mi ha inviato un amico, Franco Mileto, appassionato di studi di storia antica (nandocan). A proposito di interesse comune e democrazia, riporto quanto scritto nel proemio al Libro XIX della “Biblioteca storica” di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="size-full wp-image-6174 alignleft" style="margin: 1px 5px;" title="Partenone" src="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2009/12/Partenone.jpg" alt="Partenone" width="300" height="203" />Questa edizione del mio blog non ospita articoli o commenti di attualità politica, ma mi pare che possa interessare il commento che mi ha inviato un amico, Franco Mileto, appassionato di studi di storia antica (nandocan).</em></p>
<p style="text-align: left;">A proposito di interesse comune e democrazia, riporto quanto scritto nel proemio al Libro XIX della “Biblioteca storica” di Diodoro siculo, uno storico siciliano del I° sec. avanti Cristo, di cultura greca (scrive in greco), la cui opera è un’ambiziosa summa storica di tutti gli avvenimenti nel mondo allora conosciuto:</p>
<p style="text-align: left;">“<strong>Secondo un antico detto che è stato tramandato, non gli uomini comuni, ma quelli che hanno grado eminente sono coloro che abbattono le democrazie. Ed è anche per questa ragione che alcune città, avendo in sospetto quanti fra i cittadini attivi in politica dispongono di forti mezzi, fanno in modo di diminuirne l’immagine pubblica.<br />
</strong>Infatti coloro che godono di una stabile posizione di autorità hanno a portata di mano – così sembra – i cambiamenti che conducono all’assoggettamento della patria; ed è difficile astenersi dalla monarchia per coloro che, grazie a un grado preminente, hanno acquisito buone speranze di conquistare il potere: poiché è naturale, per chi è tutto proteso verso qualcosa di più grande, pretendere di acquistare un vantaggio e avere ambizioni illimitate.<br />
Con queste motivazioni per l’appunto gli Ateniesi indissero l’esilio ai primi fra i concittadini, istituendo per legge quello che da loro si chiamò ostracismo. E ciò facevano non allo scopo di punire atti delittuosi già posti in essere, ma affinchè a coloro che avevano il potere di violare la legge non fosse concessa la facoltà di agire in danno della patria. E perciò ricordavano, come una sentenza oracolare, le parole di Solone, quando, predicendo la tirannide di Pisistrato, compose il seguente distico:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Da uomini grandi viene la rovina della città, e il popolo<br />
per ignoranza cadde servo di un tiranno.”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libri XVI-XX, Sellerio, Palermo, 1992, pag. 216</p>
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		<title>Ernesto Balducci: quando i cristiani non lo erano affatto</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 15:20:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Propongo questa pagina tra le meno conosciute di Padre Balducci  (tratta dalla postfazione  al libro di Paul Gauthier, &#8220;Vangeli del terzo millennio&#8221;, ed. Qualevita 1992) a quanti, credenti e non credenti,  hanno ogni giorno di più motivo di sentirsi delusi o amareggiati dalle recenti prese di posizione ecclesiastiche e dell&#8217;attuale pontificato. Padre Balducci è morto in un grave [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Propongo questa pagina tra le meno conosciute di Padre Balducci  (tratta dalla postfazione  al libro di Paul Gauthier, &#8220;Vangeli del terzo millennio&#8221;, ed. Qualevita 1992) a quanti, credenti e non credenti,  hanno ogni giorno di più motivo di sentirsi delusi o amareggiati dalle recenti prese di posizione ecclesiastiche e dell&#8217;attuale pontificato. Padre Balducci è morto in un grave incidente stradale poco dopo quella pubblicazione. Nel momento in cui imperversano  &#8220;crociate&#8221; di teodem o teocon con il soccorso più o meno strumentale di buona parte dei media e della politica, fa bene riascoltare la voce di chi, sacerdote e uomo di fede, scriveva: &#8220;mio compito non è far diventare cristiani gli altri, bensì quello di entrare nella identità degli altri e di comprenderli&#8221;  (nandocan). </em></p>
<p><a href="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2009/02/padre-balducci1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1951" title="padre-balducci" src="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2009/02/padre-balducci1.jpg" alt="" width="130" height="142" /></a>SONO UN FIGLIO D&#8217;UOMO</p>
<p>Da anni conservo in me una nostalgia di cui non parlo mai senza una grande discrezione, che è divenuta tuttavia uno stato d&#8217;animo permanente: la nostalgia degli anni in cui i cristiani non sapevano di essere cristiani. La prima volta che si cominciò ad usare questo appellativo fu nel 43 d.C. in Antiochia (Atti 11,26). In tutti questi primi anni dopo la risurrezione, i discepoli di Gesù non si dicevano cristiani, essi erano paghi di chiamarsi fratelli, sorelle, discepoli, credenti. Non furono essi che inventarono il nome e già questo mi consola. E non furono nemmeno gli ebrei che, meno di tutti al mondo, non ritenevano affatto Gesù come il Cristo (Messia) e che per disprezzo chiamavano i suoi discepoli Nazareni. L&#8217;opinione più fondata è che coloro che utilizzarono questo termine per la prima volta fossero gli impiegati o i militari romani che, per motivi di ordine pubblico, consideravano i discepoli di Gesù come i membri di un partito politico con retroterra giudaico. Fu insomma il potere ad inventare questo nome! Ciò mi basta perché possa sentirmi libero di coltivare <strong>la nostalgia dei giorni durante i quali i cristiani non lo erano affatto, in attesa di un tempo in cui i cristiani non lo saranno più</strong>. <strong>*</strong></p>
<p>[...]</p>
<p>Nella nostra epoca, la crisi della nostra identità di cristiani si iscrive nella crisi del cristianesimo che dobbiamo comprendere ormai nel senso più radicale e dunque come morte del cristianesimo. Per il sociologo agnostico, questa morte è una lenta e definitiva scomparsa, per me, credente, è l&#8217;entrata del cristianesimo con tutta la sua identità, nelle tenebre del venerdì santo in cui, come in un oscuro crogiuolo, si consumano le teologie, le istituzioni giuridiche, i patrimoni culturali. La mia stessa identità dì cristiano si dissolve nella Croce, <strong>io non voglio restare cristiano se questo significa rimanere chiuso nella determinazione che un tale nome esprime per l&#8217;utopista poeta, per il marxista, per l&#8217;agnostico, per il commissario di polizia e forse anche per l&#8217;impiegato della Curia</strong>. <strong>No, io non sono un cristiano, sono soltanto un uomo, come diceva Pietro a Cornelio</strong>. Io sono un uomo che considera tutti gli uomini come suoi fratelli e che vuole essere considerato da tutti come fratello perché, come spiega Martin Hillairet, è in questo atmosfera fraterna il luogo del cristianesimo. Il cuore del cristianesimo non è costituito da &#8220;nuovi riti religiosi&#8221; ma semplicemente da un uomo chiamato Gesù che ha vissuto la realtà banale della condizione umana .</p>
<p>[...] LA MIA UMANITÀ E AL FUTURO</p>
<p><strong>Ecco cosa mi dico: il Cristo viene a te sotto le specie sacramentali del diverso: la donna, l&#8217;operaio, il nero, il musulmano, il buddista ecc. Il Dio di Gesù Cristo è nascosto in ogni diversità, egli è il Santo</strong>. Ma la sua diversità ha disteso veli tra noi e ci viene incontro attraverso gli uomini differenti da noi. Il viso di Dio è il viso dell&#8217;uomo che io non arrivo a comprendere. Mio compito non è far diventare cristiani gli altri, bensì quello di entrare nella identità degli altri e di comprenderli o, almeno, di prenderla come misura delle possibilità del Regno. La vera via della Trascendenza è nel passaggio verso l&#8217;altro, è nel fatto dì accogliere la provocazione dell&#8217;altro conservandola nel mio cuore come faceva Maria mentre ascoltava lo parola del Figlio, il Diverso per eccellenza.</p>
<p>È su questa premessa che baso la mia risposta alla domanda: Perché rimango cristiano? Resto cristiano per essere totalmente uomo. Quando dico totalmente non faccio allusione alle dimensioni di tipo esistenziale contenute nella totalità dell&#8217;umanità; l &#8216;uomo vero è la realizzazione delle possibilità che giacciono come una semenza nelle profondità dell&#8217;uomo &#8220;homo absconditus&#8221;. Diciamo che siamo figli di Dio ma non sappiamo propriamente chi siamo noi. Lo sapremo quando vedremo Dio faccia a faccia. La mia identità è quindi al futuro e sarà esprimibile soltanto nel momento in cui l&#8217;umanità raggiungerà la sua pienezza. Questa pienezza è il Regno di Dio. lo non vivo per la Chiesa, non vivo per dilatare la comunità dei cristiani. Vivo perché venga il Regno. La Chiesa alla quale appartengo è un segno ed uno strumento di questo futuro, ma questo futuro la oltrepassa, io stesso la oltrepasso pur restando fedele.</p>
<p>Ieri come prete portavo abiti, segni distintivi dell&#8217;istituzione di cui ero il rappresentante. Due anni or sono, in un dibattito a Milano, una pia signora mi chiese perché non portavo l&#8217;abito da prete . &#8220;È bene che si sappia con chi si ha a che fare, un agente di polizia porta l&#8217;uniforme, se ne ho bisogno so a chi devo rivolgermi&#8221;. Ebbene, io non sono affatto l&#8217;agente di polizia di Dio. Vorrei essere come il Cristo, semplicemente un figlio d&#8217;uomo, qualcuno che difende l&#8217;uomo per l&#8217;uomo.</p>
<p>Come dicevo all&#8217;inizio, la mia identità è di non averne alcuna o, meglio, di averne una che è situata nel futuro, una che riscopro soltanto quando dico: &#8220;Venga il tuo regno, sulla terra come nel cielo&#8221;.</p>
<p>Per esporre in maniera riassuntiva Dio, la Chiesa, il mondo:<strong> </strong>ieri, credevo che Dio amasse la Chiesa e la inviasse al mondo per salvarlo; oggi, credo che Dio ami il mondo e che la Chiesa sia un segno ed uno strumento di questo amore che la precede e la oltrepassa. Ieri, mi definivo collocandomi dentro la Chiesa e guardando il mondo come una realtà da conquistare per la Chiesa; oggi, mi colloco nel mondo e vivo entro la Chiesa quel tanto che anticipa simbolicamente l&#8217;avvenire del mondo.</p>
<p><strong>Ma mentre ieri guardavo il mondo a partire dalla Chiesa, oggi guardo la Chiesa a partire dal mondo</strong> e mi siedo alla tavola della Chiesa, la tavola eucaristica, precisamente perché là si ascoltano le parole che rivelano i segreti nascosti fin dalla creazione del mondo, perché là si elaborano le speranze di cui tutti gli uomini hanno bisogno.</p>
<p><strong>È vero, esiste ancora, e quanto è ingombrante, una Chiesa che si esprime col linguaggio della prudenza politica, che riveste di sacro la morale dominante. Questa chiesa non mi interessa, è quella di cui contemplo il declino con cuore gioioso. In me essa è già quasi morta</strong>. Ma questo declino è direttamente proporzionale all&#8217;emergenza della Chiesa come assemblea di coloro che non si curano di sapere chi essi sono, ma sanno di non avere, quaggiù, una città permanente (e dunque non è affatto necessario esservi registrati) e che cercano la città futura, la città verso la quale vanno tutti gli uomini, ciascuno con lo sua diversità. Si narra che durante l&#8217;età post-apostolica, si dava ai cristiani che partivano in viaggio, un frammento di vaso di terracotta. Al ritorno sarebbero stati riconosciuti per il fatto che il loro frammento poteva combinarsi perfettamente con gli altri. <strong>Sì, io so che la verità di cui vivo è appena un frammento. La mia identità è appunto il pezzo di un tutto. Quando tutti i frammenti saranno riuniti, allora io saprò veramente chi sono</strong>. La mia presunzione di ieri era di voler concentrare il tutto negli stretti limiti del mio frammento. Allora dicevo &#8220;noi cristiani &#8221; con gran fierezza.</p>
<p>Vorrei essere fedele al mio frammento nell&#8217;attesa che si compia la totalità. La via verso questo futuro è la stessa via che mi conduce verso il fratello per unirmi a lui, non in quello che egli è (poiché la suo verità è solo un altro frammento) ma in ciò che egli cerca. E&#8217; così che io mi sento a casa mia in tutti i luoghi di questo mondo. Io sono finalmente cattolico, e precisamente perché non lo sono più, perché sono un figlio dell&#8217;uomo.</p>
<p><strong>* il grassetto è mio. In questo stesso blog anche il mio video &#8220;A Santa Fiora con Balducci&#8221;.</strong></p>
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		<title>Twitter</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 09:31:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Appuntamento rapido di pensieri spezzati, curiosità furtive di segreti acchiappati, frammenti male uditi di novità accennate, competizione futile di battute incrociate, dialoghi e battibecchi di dita senza pace, scrittura sincopata per la mente fugace.  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appuntamento rapido</p>
<p>di pensieri spezzati,</p>
<p>curiosità furtive</p>
<p>di segreti acchiappati,</p>
<p>frammenti male uditi</p>
<p>di novità accennate,</p>
<p>competizione futile</p>
<p>di battute incrociate,</p>
<p>dialoghi e battibecchi</p>
<p>di dita senza pace,</p>
<p>scrittura sincopata</p>
<p>per la mente fugace.</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Giochi proibiti</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 12:13:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quanti di voi conoscono le scale, nipoti miei cresciuti nel duemila in ascensore per non farvi male gingillando un giochetto con la pila, quanti di voi conoscono il piacere di salire affannati fino in cima, scivolare di pancia o di sedere e ritrovarvi sul punto di prima? Nipoti miei cresciuti nel duemila videogiocate pure con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanti di voi conoscono le scale,</p>
<p>nipoti miei cresciuti nel duemila</p>
<p>in ascensore per non farvi male</p>
<p>gingillando un giochetto con la pila,</p>
<p>quanti di voi conoscono il piacere</p>
<p>di salire affannati fino in cima,</p>
<p>scivolare di pancia o di sedere</p>
<p>e ritrovarvi sul punto di prima?</p>
<p>Nipoti miei cresciuti nel duemila</p>
<p>videogiocate pure con la pila,</p>
<p>ma per provare una vera emozione</p>
<p>funziona meglio l&#8217;immaginazione.</p>
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		<title>Maremma Amiata</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 12:06:07 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-6179" style="margin: 1px 5px;" title="torreamiatafeature" src="http://www.nandocan.it/wp-content/uploads/2009/11/torreamiatafeature.jpg" alt="torreamiatafeature" width="255" height="88" />Un concerto di corni accompagna la rievocazione di due mondi contigui, legati da un passato di povertà e austerità morale:la Maremma e l&#8217;Amiata, dalla fatica dei campi a quella delle miniere. L&#8217;allegria giocosa di una festa maremmana. La &#8220;dignità rude, fiera e disperata&#8221; dei minatori in una bella pagina di Ernesto Balducci.</p>
<p style="text-align: justify;">Sullo sfondo il Monte Labbro e il suggestivo ricordo di Davide Lazzaretti.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/MxdhooAu7C0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/MxdhooAu7C0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>Il mio prossimo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 12:58:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni individuo è unico se per nome lo chiamo. Né privato né pubblico, il mio prossimo è umano. Lo guardo e non comunico se resto sul mio ramo. I fatti suoi li giudico. Se lo conosco, l&#8217;amo. 11 novembre 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni individuo è unico</p>
<p>se per nome lo chiamo.</p>
<p>Né privato né pubblico,</p>
<p>il mio prossimo è umano.</p>
<p>Lo guardo e non comunico</p>
<p>se resto sul mio ramo.</p>
<p>I fatti suoi li giudico.</p>
<p>Se lo conosco, l&#8217;amo.</p>
<p><em>11 novembre 2009</em></p>
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